di Guglielmina Aureo
Il Secolo XIX, 27 ottobre 2026
Quasi 40 anni in carcere per fare teatro. Armando Punzo è l’artefice di questo progetto. Venerdì 30, alle 20.30, sarà a Genova al Teatro dell’Arca - Sandro Baldacci con “Fame” da Knut Hamsun di cui firma la regia. In scena l’attore Paul Cocian e il musicista Andrea Salvadori. Produzione Carte Blanche Ets - Compagnia della Fortezza Fondazione Teatro della Toscana. Prenotazioni entro domani, mercoledì 28, alle 17 (teatronecessariogenova.org).
Perché ha scelto “Fame”?
“È stato un testo folgorante. Non riuscivo a smettere di leggerlo. Knut Hamsun racconta il suo percorso artistico attraverso il personaggio che si allontana dalla realtà in cui vive per trovarne un’altra. È l’estrema sintesi di quello che accade a qualsiasi artista. Consideravo questa lettura un nutrimento per me poi ho proposto a Paul Cocian, attore della compagnia della Fortezza che era alla fine del suo periodo di detenzione, di lavorarci. Nel romanzo il protagonista gira per la città, ha fame, i suoi tentativi di diventare scrittore sono inappropriati, quasi un sabotaggio dall’interno all’accoglimento delle sue richieste. La “Fame” del cibo è anche una fame altra dell’artista. Quando sta a un passo dalla morte si salva. E noi ci ritroviamo in mano il libro. Quindi è diventato scrittore”.
Cosa si vede in scena?
“Un personaggio che combatte con sé stesso, dentro di lui c’è una voce potente che lo porta a voler essere scrittore e un’altra che confligge, vuole portarlo a compromettersi con la realtà quotidiana. Tra le due voci c’è un dialogo - conflitto. Abbiamo immaginato il contrasto tra un domatore e la bestia, da qui una scenografia circense dove nello sviluppo del racconto l’attore dà vita a entrambe le voci. Si tratta di due parti che ciascuno di noi ha dentro, ci tirano una volta da una parte e una volta dall’altra. Le musiche hanno un sapore circense o emotivo a segnare i momenti del racconto”.
La prima volta in carcere a Volterra com’è stata?
“In “Un’idea più grande di me. Conversazioni con Rossella Menna” (Sossella Editore) ho raccontato i primi 30 anni a Volterra. Ho sentito il bisogno di scrivere un libro perché il lavoro in carcere irrimediabilmente viene sempre legato all’idea di un teatro in funzione di un’altra cosa. Io non sarei quindi un artista che lavora in un luogo anomalo ma sarei un misto fra uno psicologo, un assistente sociale, uno psicoterapeuta, cosa che non è perché io sono entrato a Volterra, quasi 40 anni fa, con l’idea di creare una compagnia di teatro. Perché? Venivo dall’esperienza del Gruppo Internazionale L’Avventura, ispirato al teatro di Grotowski. Quando è finita quell’esperienza mi sono affacciato alla finestra e ho visto per la prima volta il carcere di Volterra che era sempre stato lì. In tre anni non ci avevo mai pensato. Volevo lavorare con non professionisti. E mi sono detto “forse lì dentro posso creare la mia idea di teatro con persone che non mi parleranno di bellezza, arte, cultura”. Mi interessava il carcere come metafora della prigione in cui tutti quanti siamo rinchiusi. Una volta entrato ho capito che era più interessante di quanto avessi immaginato e non sono più uscito. Lì ho trovato tutto il Sud del mondo. Mi sono posto con chiarezza ai detenuti: “Non mi interessano le vostre storie, cosa avete fatto, faccio teatro, se vi interessa bene altrimenti vado via”.
Lei ha un osservatorio privilegiato sul carcere, tema di cui oggi è difficile parlare...
“Il carcere si presta a essere utilizzato a fini politici per spaventare e disinformare l’opinione pubblica e per non risolvere i problemi del carcere stesso. Io sono entrato con il punto di vista artistico, ho fatto lo slalom per non cadere in queste dinamiche. Ho messo davanti l’uomo e l’arte e ancora oggi è così. Per me il carcere è il luogo della realtà, pieno di contraddizioni fortissime, terribili. Dove il teatro si confronta con questa realtà è a contatto con la realtà e la trasforma. Oggi, dopo 38 anni di attività, il carcere di Volterra è all’avanguardia sulle attività trattamentali. Il teatro ha aperto il carcere: sono entrati giornalisti, pubblico, cittadini normali, scuole. Maggior conoscenza, maggior apertura. Questo non significa lasciare liberi i detenuti, ovviamente, ma confronto. E discorsi diversi, relazioni diverse, esempi diversi rispetto alla vita del carcere. Questo è mettere in pratica i dettami della Costituzione”.
In questo momento nei penitenziari italiani ci sono 37 bambini con le loro madri...
“L’argomento mi colpisce, è tra i più complessi e difficili. Non ho mai trovato una soluzione. Se togli un bambino a una madre è una tragedia. Lo lasci con la madre dentro il carcere fino a tre anni e poi, fuori, il distacco. È una tragedia. Una serie di disastri che non possono che procurarne altri. Andrebbero trovate soluzioni come una sorta di casa-famiglia, con tutte le avvertenze della sicurezza, dove un bambino possa non vivere questo tipo di situazione terribile. Sono problematiche che si risolvono attraverso uno sforzo straordinario nella ricerca della soluzione più umana. Serve una rivoluzione umana, più della solidarietà la fratellanza”.
Nel 1983 Eduardo De Filippo, senatore, dopo una visita al Nisida di Napoli staccò un assegno e con soldi suoi avviò la realizzazione di un teatro. Oggi il governo con il decreto Caivano riempie le carceri di ragazzi. Cosa è successo?
“Il tema è lo stesso del mio nuovo lavoro “Il capitale umano”. Sembra che l’umanità, l’Occidente, stia tradendo il nostro progetto di civiltà originario insito nelle nostre origini culturali, in favore di un progetto di anticiviltà che sta prendendo piede, giorno dopo giorno: separazioni, divisioni, conflitti, guerre, nazionalismi. Io contro di te, tu contro di me”.









