di Stefano de Stefano
Corriere del Mezzogiorno, 4 ottobre 2026
Al via da martedì 6 la rassegna “Futuro quotidiano II”, ideata e diretta da Laura Valente. Il regista napoletano torna nella sua città con la rilettura di un testo dell’autore norvegese Knut Hamsun. Ogni allestimento di Armando Punzo a Napoli è un evento, raro quanto prezioso. Del fondatore della Compagnia della Fortezza nel Carcere di Volterra ricordiamo il suo “Pescecani” al Mercadante nel 2003 e poi lo straordinario “Pinocchio - Lo spettacolo della Ragione” all’Auditorium di Scampia nel 2009. Poi, più recentemente la presentazione del suo libro “Un’idea più grande di me”, al museo Madre nel 2019.
“Questo spiega la mia grande felicità - sottolinea il regista nato in una strada che divide Ponticelli da Cercola - nel tornare nella mia città e in un luogo altamente simbolico per noi napoletani come l’Albergo dei poveri e in particolare sulla sua terrazza, in cui martedì sera alle 20 porterò “Fame”, ispirato al libro di Knut Hamsun, e qui ospite della rassegna “Futuro quotidiano” ideata da Laura Valente”.
Com’è nata l’idea di mettere in scena il romanzo dell’autore norvegese pubblicato nel 1890?
“È uno di quei libri che ho tenuto a lungo con me, fin quando non ho trovato nel rumeno Paul Cocian l’attore giusto per interpretarlo. Paul, accompagnato dalle musiche di Andrea Salvadori, lavora con noi da sei anni, prima come detenuto, poi una volta fuori, ha iniziato a collaborare agli scavi dell’anfiteatro di Volterra, ma torna in carcere dalle 17 in poi per occuparsi della compagnia con me. È una persona colta, che ama scrivere ed è anche musicista, un uomo che ha la sensibilità giusta per trasformarsi nel protagonista di “Fame”.
Una fame reale o metaforica?
“Un po’ entrambe le cose, ma direi soprattutto simbolica, quella del giovane scrittore di Oslo immaginato da Hamsun, fra l’altro vincitore del Premio Nobel, che esprime un bisogno assoluto di essere fino in fondo artefice di sé stesso, prima ancora che artista per gli altri. Non è una storia autobiografica, ma il racconto universale di chi non si arrende alla paura di vivere, evitando anche di contaminarsi artisticamente per guadagnarsi il pane, pur potendolo fare”.
E come lo ha reso in scena?
“È uno spettacolo circense, con l’attore al centro di uno spazio circondato dagli spettatori. Ne emerge forte il dissidio fra il domatore e la bestia, fra un sé e l’altro sé, la storia di un artista, che però esprime un conflitto che è dentro tutti noi. E lo spazio in cui si muove riproduce quell’idea di cortile, se volete, che mi porto dentro da sempre, dai giochi di ragazzino nella casa di Napoli, così come in quello del carcere dove incontrare i detenuti-attori, e che è diventata una cifra ricorrente della mia poetica”.
Da un luogo della reclusione attuale come Volterra a uno della reclusione come memoria di un tempo che fu come l’Albergo dei Poveri. Che nesso c’è?
“Direi molto forte, si tratta di due diverse idee di “serraglio”, quello per i detenuti colpevoli di reati, e quello di persone indigenti, che trovavano ospitalità nel meraviglioso edificio di piazza Carlo III. Ma credo che spetterà soprattutto al pubblico napoletano che conosce bene la storia di questo luogo, individuare questi nessi così presenti”.
Una compagnia teatrale nata in una casa di reclusione, ma non nata per una finalità sociale di recupero, come accade in altre esperienze legate a penitenziari. Ci spiega meglio la differenza?
“Credo che io faccia il regista per un teatro che realizzo con alcuni detenuti e con alcune presenze anche esterne, penso ad esempio a quelle femminili, o a quelle di supporto come scenografi e costumisti. Non sono un formatore né tanto meno un educatore, né rincorro l’attualità, ma cerco di guardare laddove gli altri non guardano. Altri che fanno benissimo il loro lavoro in altre esperienze carcerarie, ma con finalità sociali molto diverse dalle mie. Non a caso non faccio progetti a termine in altre carceri. Poi è evidente che anche nel nostro caso ci sia una ricaduta positiva sull’esperienza identitaria dei detenuti che scelgono di lavorare per il teatro”.
Sei premi Ubu, e ora anche un docu-film come “Dentro” di Elsa Minei presentato in questi giorni agli Incontri Internazionali di Collioure in Francia. E l’immediato futuro?
“Stiamo lavorando a un progetto su “Il capitale umano” partendo dal libro di Slavoj Žižek, “In difesa delle cause perse”. Infatti al suo interno ci sarà un “Grand Hotel Marx” e un riferimento a “Gesù e Cristo” di Vito Mancuso. E fra i personaggi Louise Michel, unica sopravvissuta (risparmiata in quanto donna) della Comune di Parigi del 1871, e anche lo stesso Don Chisciotte di Cervantes”.









