sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Alessandro Barbera

La Stampa, 2 luglio 2025

I grandi fondi d’investimento Usa cercano occasioni nel settore della difesa per partecipare alla ricca torta degli armamenti. Roma, primi giorni di giugno. Gli emissari di un grande fondo di investimento americano attivo nella Difesa sono nella Capitale per appuntamenti nei palazzi romani. Il messaggio è più o meno questo: “Siamo interessati a investire in Italia”. Quali siano le risposte non è dato saperlo, di certo c’è che dopo l’ultimo vertice Nato il business della difesa è la gallina delle uova d’oro del prossimo decennio. Spiega una fonte italiana del settore che chiede di non essere citata: “Fino a poche settimane fa era difficile trovare banche disposte a finanziare progetti. Ora ci piovono direttamente offerte da parte degli investitori”.

Giusto o sbagliato, siamo entrati in una nuova era: gli Stati Uniti non hanno più intenzione di essere l’ombrello delle minacce che incombono sull’Europa. Sin dal 2018 Donald Trump lamenta di aver pagato il conto della Nato per tutti, salvo omettere un dettaglio: la metà dell’intera spesa militare europea va in armamenti acquistati dall’altra parte dell’Atlantico.

La questione l’ha sollevata due giorni fa su questo giornale il presidente dell’Aiad, l’associazione delle aziende italiane produttrici di armamenti, Giuseppe Cossiga: se la politica non si assumerà la responsabilità di fare delle scelte, gli oltre cinquanta miliardi di spesa aggiuntiva annua in difesa continuerà ad andare a vantaggio dell’industria a stelle e strisce. Di aziende italiane in grado di competere nel settore l’Italia ce ne sono diverse, due delle quali conosciute in tutto il mondo e controllate dallo Stato: Leonardo e Fincantieri. La prima - due giorni fa - ha annunciato di aver chiesto la consulenza di Morgan Stanley per l’acquisizione in tandem con la tedesca Rheinmetall di Iveco Defense.

La seconda - leader mondiale della cantieristica navale - è pronta a rafforzare la parte di produzione militare, che oggi vale il 30 per cento del suo fatturato. Due stabilimenti - quelli di Castellammare di Stabia e Palermo - in parte dedicati alla produzione di navi civili, potrebbero essere compiutamente dedicati alla costruzione di mezzi per il pattugliamento: la scorsa settimana la Marina italiana ne ha fatto un ordine per due, una commessa da settecento milioni di euro per sostituirne altrettante cedute all’Indonesia. Secondo le stime che circolano nel settore e fatte proprie dal Wall Street Journal, Fincantieri è in grado di costruire fregate in un tempo di un terzo inferiore a quello dei concorrenti americani.

Poiché la materia non riscuote successo presso l’opinione pubblica, sulla questione della spesa militare il governo Meloni fin qui si è mostrato molto prudente. Ha rinunciato ad attivare la clausola di salvaguardia per scorporare le spese sulla difesa, lamentando l’impossibilità di poterlo fare finché non sarà chiusa la procedura di infrazione per deficit eccessivo.

Ha accettato di buon grado la decisione dell’ultimo vertice dell’Aja, salvo dover fare i conti con i mal di pancia dell’alleato leghista. “È uno sforzo insostenibile”, aveva commentato a caldo il responsabile economico del partito Alberto Bagnai. Ieri la svolta improvvisa del leader Matteo Salvini: “Con buon senso e nel tempo” l’obiettivo del 5 per cento del Pil per la difesa entro il 2035 “è realizzabile”. Per raggiungere quella soglia il governo deve aumentare di 1,5 punti la spesa per truppe e armamenti, altrettanto per la più generica voce infrastrutture per la difesa. “Questo ha un senso”, dice il leader del Carroccio “il non senso sarebbe metterci fretta rispettando le norme europee del Patto di stabilità per andare a comprare armi in Francia e Germania”. Del discorso di Salvini è chiaro un passaggio, che può essere tradotto così: se mi si chiede di accettare l’aumento della spesa militare, almeno vada all’industria nazionale.

Fin qui un altro esponente del Carroccio - il ministro del Tesoro Giancarlo Giorgetti - ha posto il problema in termini diversi. Parlando a inizio giugno a un forum del settore, ha detto che “la difesa viene riconosciuta come un bene comune europeo”, dunque “si apre la strada a forme di finanziamento comuni”. Dipendesse da lui, la strada da percorrere dovrebbe essere quella dei progetti condivisi, evitando così il paradosso di un continente che spende - lo ha stimato l’Osservatorio sui conti pubblici di Carlo Cottarelli - il 5,8 per cento in più della Russia senza avere né un esercito comune, né la forza di Mosca. Per il momento Giorgetti e chi la pensa come lui deve fare i conti con un’Unione che ha scelto di dedicare solo 150 dei 750 miliardi del piano “Rearm Europe” a progetti comuni.

C’è chi è convinto di qui alla fine dell’anno la Commissione europea tirerà fuori dal cappello un nuovo Recovery plan dedicato alla difesa. Nel frattempo i grandi Paesi procedono in ordine sparso: la già citata Rheinmetall (che ha già stabilimenti in Italia) sta valutando la riconversione dell’ex stabilimento Volkswagen di Osnabrück, in Belgio si discute un destino simile per un ex fabbrica Audi, nel fratempo chiusa. A inizio giugno il ministro francese Sébastien Lecornu ha annunciato una partnership con Renault (di cui è azionista al 15 per cento) per produrre droni in Ucraina. Per il momento il governo Meloni ha deciso solo di rinviare al 2027 l’aumento della spesa pubblica necessaria a rispettare gli impegni con la Nato. Nel Paese europeo che registra il più basso consenso a favore di più spese militari, meno se ne parla, meglio è.