di Lorenzo Giarelli
Il Fatto Quotidiano, 21 maggio 2023
Giorgio Beretta è analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (Opal) di Brescia e della Rete italiana pace e disarmo. Ha appena scritto un libro - “Il Paese delle armi” (Altreconomia) - per denunciare storture del settore, omissioni delle industrie della Difesa e falsi miti veicolati soprattutto dalle lobby delle armi.
Giorgio Beretta, è appena uscita la relazione sull’export di armi italiane nel 2022. Che impressione ne trae?
La produzione di armi comuni italiane si regge su due fenomeni alquanto preoccupanti: più del 60 per cento di queste armi è destinato agli Stati Uniti, dove alimenta la corsa ad armarsi, una vera nevrosi collettiva, da parte di alcuni strati della popolazione: gli Usa sono il Paese col più alto tasso di omicidi con armi da fuoco nel mondo occidentale, di fatto sono un popolo in costante guerra con se stesso. C’è poi un’ampia serie di armi, sia di tipo comune sia militare, che vengono fornite a regimi dispotici tra cui Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Turkmenistan, Bahrain e Iraq.
Non proprio Stati democratici...
Altro che armi “per difendere la democrazia”: la gran parte delle esportazioni sia delle armi leggere militari sia degli armamenti italiani è destinata ai governi repressivi del Nord Africa e del Medio Oriente. È risaputo, ma ovviamente nessuno vuole sollevare il problema, men che meno in Parlamento.
Forse perché la politica ha forti legami con le aziende del settore, non sono per quanto riguarda le armi militari ma anche quelle “comuni”. Come si manifestano questi legami?
È un’attività fatta di stretti contatti tra alcune associazioni di sedicenti appassionati di armi e alcuni partiti, in particolare Fratelli d’Italia e la Lega. Queste associazioni sono funzionali a fare da tramite tra i produttori di armi - che hanno tutto l’interesse a permettere che con qualsiasi tipo di licenza si possa detenere un vero arsenale di armi (tre revolver o pistole, dodici fucili semiautomatici e numero illimitato di fucili da caccia oltre ad un ampio numero di munizioni) e a non sollevare questioni riguardo alla facilità con cui si può ottenere una licenza per armi. E ad ogni tornata elettorale invitano i propri aderenti e gli appassionati a votare quei partiti che promuovono quelli che definiscono “i diritti dei legali detentori di armi”.
Insomma, un rapporto che conviene a partiti e aziende. Per questo scontiamo anche una scarsa trasparenza del settore?
Il mondo politico in generale non ha alcuna intenzione di inimicarsi una fetta di elettori, dai cacciatori ai cosiddetti tiratori sportivi, facendo chiarezza e imponendo norme e controlli più stringenti. Un esempio? Non esiste in Italia né un dato ufficiale su quanti siano tutti coloro che detengono una licenza per armi, compreso il nulla osta, né sul numero di armi regolarmente detenute nelle case degli italiani. Ma soprattutto non c’è un rapporto ufficiale sugli omicidi e femminicidi commessi con armi legalmente detenute: né il Viminale né l’Istat hanno mai riportato questo dato che, se reso noto, farebbe comprendere la gravità del fenomeno.
Quindi c’è un problema anche di percezione sulle armi? Dallo scoppio della guerra in Ucraina c’è un costante tentativo di “normalizzare” le armi...
Anche per questo c’è una forte sottovalutazione degli effetti deleteri e mortali delle armi regolarmente detenute in Italia. Il possesso di armi viene motivato con l’esigenza di difendersi nella propria abitazione in caso di rapina, ma in Italia a fronte di 3 o 4 omicidi all’anno per furto o rapina - eventi gravissimi ma molto rari - il nostro Osservatorio Opal ne registra annualmente almeno 35-40 con armi legalmente detenute. Quindi, se c’è un’arma in casa, questa viene più spesso utilizzata non per difendersi, ma per ammazzare la moglie, la compagna, la ex, un vicino, i parenti. In altre parole, l’arma posseduta col pretesto della legittima difesa è lo strumento privilegiato per l’illegittima offesa. Questo chiama in causa la facilità con cui si può ottenere una licenza per armi, ma anche la poca trasparenza.










