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di Simone Alliva

L’Espresso, 5 giugno 2022

La consultazione referendaria in materia di giustizia, porte girevoli per i magistrati, custodia cautelare e abolizione della Severino rischia il flop. I referendum sulla giustizia non hanno abbastanza appeal. Lo hanno capito soprattutto gli addetti ai lavori e basta fare un giro nelle procure italiane, attraversare quelle grigie stanze che odorano di vuote attese, di faldoni pieni di acari e burocrazia per capire che c’è scarsa la fiducia verso il 12 giugno, giorno in cui, dalle 7 di mattina alle 23, si voteranno i cinque quesiti promossi dal Partito radicale, sostenuti del leader della Lega Matteo Salvini.

Per la validità della consultazione referendaria è necessario che l’affluenza superi il 50 per cento degli aventi diritto: in caso positivo, è la prevalenza dei “sì” o dei “no” a decretare la sorte dei singoli quesiti. Ci vorrebbe un influencer, una challenge su Tik Tok o forse un hashtag per far interessare gli elettori. Ma niente. La campagna referendaria non è mai entrata nel vivo: “Un fatto inedito”, sottolineano Partito Radicale e Associazione nazionale Lista Marco Pannella che hanno denunciato all’Agcom “le testate giornalistiche e gli approfondimenti informativi Rai relativamente alla pressoché totale assenza di informazione sui referendum, in violazione di ogni legge e regolamento elettorale referendario”.

Oggi sono note le posizioni dei partiti: a favore di tutti i quesiti sono schierati Lega, Radicali, Fi, Iv e Azione. Fdi, invece, è a favore di quelli sui magistrati ma contrario a quelli sulla Severino e sulla custodia cautelare. Il Pd lascia libertà di voto, mentre il M5s è nettamente contrario a tutti. Meno noti agli elettori i contenuti dei quesiti, eccoli. Separazione delle carriere. Oggi, pubblico ministero e giudice condividono la stessa carriera e si distinguono solo per funzioni. Il referendum, invece, punta a rendere definitiva la scelta del magistrato all’inizio della carriera, di una o dell’altra funzione.

E non potrà cambiare indirizzo. Abrogazione della legge Severino. Il quesito punta a cancellare la legge Severino, che ha introdotto i concetti di decadenza e incandidabilità dei condannati in via definitiva per reati gravi contro la Pubblica amministrazione, fissando inoltre un regime rigoroso per eletti e amministratori locali, non eleggibili o decaduti se condannati in primo grado. Con la vittoria dei sì, tornerebbe in vigore la legge precedente, che prevede l’interdizione dei pubblici uffici come pena accessoria decisa dal giudice. Misure cautelari. Cioè la detenzione degli indagati o imputati prima della sentenza definitiva.

Con la vittoria dei sì, i presupposti che consentono di arrestare qualcuno (prima che sia riconosciuto colpevole) vengono ristretti ai casi di pericolo di fuga, inquinamento delle prove e rischio di commettere reati di particolare gravità, con anni o altri mezzi violenti. La custodia cautelare non sarà confermata per il reato di finanziamento pubblico dei partiti. Sistema di elezione del Csm. Il quesito riguarda le modalità con cui i magistrati interessati possono candidarsi al Csm. Al momento è necessario che ogni candidatura sia accompagnata da almeno 25 firme (e massimo 50) raccolte tra altri magistrati.

La vittoria dei sì punta a far cancellare quest’obbligo. Secondo i promotori questo limiterebbe il peso delle correnti nel Consiglio superiore. Le pagelle ai magistrati. Gli avvocati potrebbero valutare la professionalità di pm e giudici. Attualmente, solo i membri togati partecipano attivamente al processo di valutazione dei magistrati, mentre i componenti laici sono esclusi. Il referendum chiede invece che anche i membri laici, ossia gli avvocati e i professori universitari, possano partecipare alle valutazioni.