di Angiola Petronio
Corriere di Verona, 5 novembre 2023
La parabola Arrigo Cavallina ha 78 anni. Dodici ne ha trascorsi in carcere. Un nuovo libro. Che non è un “altro” libro, ma una raccolta di quanto, negli anni, non è stato pubblicato. È questo “Di sasso in sasso” del fondatore dei Pac Arrigo Cavallina.
“Il carcere tradizionale restava un luogo di profonda contraddizione: una storia dì brutalità quotidiane fatta di pestaggi selvaggi nelle celle sotterranee, di claustrofobia di gente ammassata in celle senza spazio e senza un minimo vitale di comodità; di bocche di lupo, di freddo senza riscaldamento, di caldo senza ventilazione, di buglioli usati davanti a tutti. E questo non è solo il passato: è il presente di molte carceri “normali”“.
Scrive così, in un passaggio di quello che non è “un altro libro” su di sé, o sugli anni del terrorismo. “Nel corso degli anni - spiega - ho sparpagliato una quantità di altri interventi che sono articoli di giornali, lettere, interviste. Ho pensato, arrivato a una certa età, che mi piacerebbe che non fossero dispersi e ho voluto metterli assieme. Ho gettato le reti indietro negli anni. Mi sembrava che ci fossero considerazioni e fatti ancora di qualche interesse, quindi ancora una volta un’esperienza con tutti i suoi risvolti sofferti, che poteva però anche trasformarsi in una riflessione utile”. È nato così “Di sasso in sasso”, edito da Echos. Lui è Arrigo Cavallina. Dei suoi 78 anni una dozzina li ha trascorsi in carcere. Condannato per concorso nell’omicidio del maresciallo Antonio Santoro, avvenuto a Udine il 6 giugno 1978, e per altri reati legati alle attività dei Pac.
Lui, che da ragazzino frequentava gli ambiti parrocchiali, è saltato su quel sasso scagliato negli anni Settanta che è stato il terrorismo. È stato uno dei fondatori del gruppo eversivo dei Proletari Armati per il Comunismo. E fu colui che al terrorismo reclutò nel carcere di Udine, dove lo conobbe, un detenuto “comune” alla lotta armata. Si chiama Cesare Battisti, quel detenuto. E Cavallina ne viene sempre indicato come il “cattivo maestro”. Ma lui, quel veronese di buona famiglia, di “sasso in sasso” è andato per tutta la vita. Ed è diventato un riferimento di quel movimento dissociativo - ben lontano dal pentitismo - che contribuì a sgretolare la dottrina terroristica, Arrigo Cavallina.
Due lauree, un lavoro nelle comunità Exodus di don Mazzi, la riscoperta della fede e il volontariato con La Fraternità in carcere. Quello di cui lui ha conosciuto ogni anfratto, fisico e mentale. Ha il titolo di una frase che sentì dire da un anziano durante una passeggiata in montagna, “Di sasso in sasso”. “È una frase che mi piaceva - racconta -. Il significato è nella pluralità delle cose fatte, nelle esperienze. Quanto rimane di dritto ovviamente non è la vita, non è il percorso, ma come dice il titolo tra un sasso e l’altro ci sono antri, spazi che non emergono, che non appaiono. E quindi è un po’ un saltare da uno all’altro nel tempo. Con l’attenzione, la fatica, il fatto che non è mai lineare e che hai sempre dei ripensamenti”.
E tra i sassi di Cavallina, anche quelli che sono i suoi cippi. La giustizia riparativa in primis. Quella che è anche nella retrocopertina del libro. “... Il fare giustizia - scrive non può rivolgersi solo alla persona condannata, perché sconti la pena seguendo, nel migliore dei casi, un trattamento rieducativo. C’è una ferita da sanare, una vittima da una comunità da coinvolgere e vanno cercate forme di comunicazione e se possibile di accordo perché nella pena si inseriscano o si affianchino gesti riparativi, accettati e graditi. Gesti che portino al superamento dei rispettivi pregiudizi e alla convinta affermazione che l’offesa non doveva essere fatta. Dov’era la lacerazione, va ricostruito l’incontro tra vittima, autore di reato e comunità”. Ripercorre, “di sasso in sasso” tutto se stesso, Cavallina.
“Per me - spiega in un’intervista del 2004 di Brunella Giovara - rinnegare il passato ha significato un lavoro molto duro: rivedere all’indietro i miei sbagli e nello stesso tempo ritrovare una continuità con me stesso”. Racconta, in quella intervista di Cesare Battisti. “Nei Pac è entrato per colpa mia, direi. Ne sento la responsabilità, anche se vai a sapere quale strada avrebbe fatto se non mi avesse conosciuto...”.
La sua storia, il terrorismo, il carcere, le dissociazioni, le vicende personali, la nonviolenza, gli spunti dalle Scritture, il perdono, la giustizia, il carcere il volontariato, la droga, l’educazione, sono tutti i “sassi” su cui si snoda quest’ultimo libro di Arrigo Cavallina. “L’intenzione finale - dice - è educativa. Sono le riflessioni che ho fatto su quanto ho vissuto. Mi piacerebbe che non servissero solo a me ma che diventassero utili anche ad altri. Questo mi darebbe una grande soddisfazione. Vorrei solo che più persone arrivassero a fare una riflessione sul senso della pena, sulla non violenza e su come affrontare certe difficoltà”.











