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di Stefano Anastasia e Franco Corleone

Il Manifesto, 14 aprile 2026

Sparito dai radar, l’ennesimo provvedimento repressivo e di presunta emergenza del governo, è da oggi nell’aula del senato e va convertito in appena dieci giorni. Giovedì scorso la commissione affari costituzionale del senato ha interrotto l’esame del disegno di legge di conversione dell’ennesimo decreto sicurezza per portarlo al voto dell’assemblea del senato oggi pomeriggio, senza averne votato gli emendamenti e senza aver dato un mandato al relatore. Tanto il parlamento nell’epoca di re e regine serve solo ad approvare quel che vuole il governo, in una inversione del rapporto costituzionale che vorrebbe il governo dipendere dalla fiducia del parlamento e non il contrario.

Salvo la denuncia del movimento No Kings e la resistenza istituzionale dei gruppi di opposizione, di questo decreto avevamo perso le tracce, e forse le aveva perse anche il governo, preso prima dalla catastrofica campagna referendaria e poi dai tentativi di sopravvivergli. È così che il disegno di legge arriva all’esame del senato ad appena dieci giorni dalla decadenza del decreto che vorrebbe convertire in legge, e dovrà poi essere esaminato dalla camera. Nella alluvionale legislazione penal-populistica del governo Meloni, questo è il decreto che avrebbe dovuto mettere fine alla violenza minorile, ai furti con destrezza e alle rapine aggravate, alle infiltrazioni nelle manifestazioni, allo spaccio di stupefacenti e chi più ne ha più ne metta. Del resto ormai la legislazione si fa così, in modo particolare in materia penale e di sicurezza: si apre un file e ognuno ci mette il suo, a seconda delle rivendicazioni di gruppi e lobbies e del tornaconto che i partiti di governo ne pensano di avere in termini elettorali.

Tra le altre cose, oltre al registro separato per le notizie di reato riguardanti gli appartenenti alle forze di polizia, il decreto contiene pericolose disposizioni che consentono “operazioni sotto copertura per la sicurezza degli istituti penitenziari”, attraverso cui gli ufficiali di polizia giudiziaria appartenenti ai nuclei investigativi della polizia penitenziaria sono esentati dalla responsabilità penale per la commissione di reati commessi durante la loro esecuzione. Ne ha già scritto, su queste pagine, giustamente allarmato, il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella (Non solo topi, ora in carcere arrivano le talpe del 28 febbraio scorso).

Al di là della stretta necessità di una misura di questo genere, che realisticamente riguarderà i reati più diffusi in carcere, il traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti e telefonini (reati che, incidentalmente vale la pena di ricordarlo, sono reati minori, senza vittime e, almeno nel caso del possesso dei telefonini, privi dei necessari requisiti di offensività), il problema è che questa “sciocchezza a fini di sciocchezza” rischia di produrre morti e feriti. La cultura del sospetto che il cattivismo penitenziario ha coltivato in questi anni si impadronirà delle relazioni in carcere, tra gli stessi detenuti. Per ogni dove potrà esserci qualcuno che, sotto mentite spoglie, fa un altro gioco. E il sospetto verso il nuovo vicino di branda potrà generare conflitti assai prima che si scopra se era effettivamente un agente sotto copertura o un altro detenuto qualunque.

Se non sarà possibile fare tabula rasa di questo decreto che avanza da una stagione politica ormai decadente, e che non potrà essere esaminato secondo le forme e i principi di una democrazia parlamentare, almeno si cancelli l’ignominia degli agenti sotto copertura in carcere. Rivolgiamo un appello ai senatori perché sia espunta questa norma. Solo degli irresponsabili possono costruire una misura del genere nella situazione di crisi delle carceri, strette tra sovraffollamento e suicidi. Se il nostro monito non venisse ascoltato inviteremo i garanti dei diritti dei detenuti a controllare i registri degli ingressi nelle carceri italiane per monitorare la presenza di infiltrati. Anche gli agenti di polizia penitenziaria dovrebbero far sentire la propria voce perché la loro incolumità non sia messa a rischio. E alla fine anche il presidente della Repubblica dovrà valutare la congruità di un decreto pericoloso che non ha potuto essere esaminato secondo le corrette procedure costituzionali e finalmente utilizzare la prerogativa dell’articolo 74 della Costituzione, chiedendo una nuova deliberazione delle camere con un messaggio motivato.