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di Francesco Grignetti

La Stampa, 5 febbraio 2025

I magistrati avranno un mese e mezzo di tempo per ascoltare gli indagati. La maggioranza tira dritto: sarà legge entro febbraio. Il destra-centro non si è dimenticato della riforma delle intercettazioni, approvata al Senato nel novembre scorso. Si ricomincia di slancio alla Camera. I capigruppo della maggioranza hanno deciso che la riforma s’ha da completare entro la fine di questo mese. Nella commissione Giustizia soltanto per un sovrapporsi di casualità non comincia oggi l’esame degli emendamenti, ma il rinvio è di pochissimi giorni. Data la determinazione della maggioranza è sicuro che a breve la riforma sarà legge. E a quel punto cominceranno i dolori, perché la riforma è draconiana. Come regola generale si concedono ai magistrati 45 giorni al massimo di intercettazione salvo i reati di mafia e terrorismo. Unico caso di proroga per intercettare oltre il mese e mezzo, “qualora emergano elementi specifici e concreti” che dovranno comunque “essere oggetto di espressa motivazione”.

Erano i primi giorni del novembre scorso quando il Senato ha approvato il ddl che porta la firma di Pierantonio Zanettin, Forza Italia. L’associazione nazionale magistrati quel giorno suonò quasi le campane a morte. “Migliaia di inchieste saranno a rischio. Parliamo di uno strumento fondamentale nella lotta al crimine che va salvaguardato e non limitato”, commentò l’allora vicepresidente dell’Anm, Alessandra Maddalena, che rovesciò un ragionamento sempre brandito dai garantisti contro i magistrati.

“La stretta sulle intercettazioni determina un rischio concreto di ridurre la tutela dei diritti della persona”, disse la giudice. Intendeva dire che la giustizia girerà a vuoto senza poter ricorrere com’è oggi alle intercettazioni e che a quel punto le vittime dei reati non saranno più tutelate. Spiegò anche Francesco Menditto, procuratore capo di Tivoli, intervistato dal Fatto quotidiano: “Complicherà le indagini sui reati che più impattano sulle persone comuni: maltrattamenti, usura, violenza sessuale, sequestri di persona. E sarà sempre più difficile individuare i responsabili”. Quarantacinque giorni gli sembravano davvero poco, perché in media, per avere prove a sufficienza nei procedimenti contro reati seri, occorrono almeno tre mesi di intercettazione.

Da parte della maggioranza (al Senato c’era anche il supporto di Italia viva, chissà come andrà alla Camera), però, non ci sono tentennamenti. Tanto più con l’ira contro le toghe di questi giorni. E addio anche all’appello di quattro parlamentari del destra-centro ad esentare dalla tagliola i reati contro le donne. Dicevano infatti Martina Semenzato, presidente della commissione d’inchiesta sul Femminicidio, più Mara Carfagna, Michela Vittoria Brambilla e Ilaria Cavo: “Il ddl Zanettin è una norma di assoluta civiltà giuridica, ma occorre prevedere una deroga per reati come lo stalking, la violenza domestica e quella di genere, che molto spesso sono l’anticamera di un femminicidio”.

Invece no, su tutto prevalgono le considerazioni politiche. Dice Pietro Pittalis, vicepresidente della commissione Giustizia, di Forza Italia: “È ora di concludere con questa riforma”. Molto meno convinto dall’opposizione è Federico Gianassi, Pd, che ritiene, come pure dissero i suoi colleghi al Senato, che “il limite dei 45 giorni è troppo stretto per alcuni reati complessi e ci vuole più elasticità”. Quanto più i magistrati protestano, tanto più la maggioranza ha voglia di fare presto. Disse infatti, sarcastico, il senatore Zanettin il giorno dell’approvazione del suo ddl: “Questo testo è stato pesantemente criticato in particolare dal dottor Di Matteo, secondo il quale le indagini di mafia diventeranno più difficoltose.

Secondo Di Matteo ogni reato sostanzialmente è mafia, perché perseguendo quel reato si può individuare un mafioso. È la teoria dei cosiddetti reati-spia. Perseguendo il responsabile di un semplice divieto di sosta, in effetti, si può incappare in un pericoloso mafioso”. E aggiunse: “Sono rimasto assai sorpreso anche dall’intervista rilasciata dal procuratore di Genova, secondo il quale l’inchiesta sul presidente Toti non si sarebbe potuta concludere se fossero state in vigore le norme che oggi proponiamo. Vogliamo fare un bilancio di questa inchiesta? Tre anni di intercettazioni e cosa hanno portato? A 1.500 ore di lavori socialmente utili. Un risultato di cui una procura deve andare particolarmente orgogliosa”.