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di Conchita Sannino

La Repubblica, 1 novembre 2022

Il collaboratore dell’ex ministra: “Blitz mai visto. Dubbi di legittimità costituzionale”. Meloni: “Si rischiava la paralisi, saremo nei tempi del Pnrr”.

 Slitta a fine anno la riforma del processo penale. Il sistema non era pronto e si va quindi al 30 dicembre: verso la soglia estrema oltre la quale l’Italia rischierebbe di perdere i fondi del Pnrr. Nasce invece, anche per evitare la scure della Consulta e la successiva scarcerazione di mafiosi e stragisti, il “nuovo” ergastolo ostativo: che pone articolati filtri alla concessione dei benefici penitenziari per chi non collabora con lo Stato. Tocca due punti nevralgici della Giustizia il primo provvedimento “politico” voluto da Giorgia Meloni. Che sottolinea: “Un atto simbolico. Ne sono fiera”, riferendosi al “fine pena mai” per i superboss, che per lei non andrà indebolito ma messo in sicurezza. Restano comunque distinti gli accenti posti, su questi nodi, dalla premier e dal Guardasigilli Carlo Nordio. Anche se Meloni sdrammatizza con una battuta: “Come vedete ho tolto anche il bavaglio al ministro”.

Il rinvio della riforma penale - Era proprio necessario rinviare tutta la riforma Cartabia? Meloni non ha dubbi: “C’era il rischio della paralisi del sistema giudiziario”. E pure quello che “una serie di detenuti potessero uscire dal carcere”. Quindi, “ci prendiamo due mesi”, ma il Piano Nazionale non andrà compromesso, assicura la premier. Che ipotizza anche modifiche in sede di conversione del decreto. Nordio è più soft, addebita la responsabilità del rinvio “al grido di dolore delle procure che non potevano far fronte alle nuove regole con le risorse disponibili”. La “colpa” insomma sarebbe tutta della lettera dei 26 Procuratori generali giunta “solo” sulla sua scrivania. Certo Cartabia non ne era al corrente. E come nel suo stile, non commenta. Non può passare però inosservata la reazione del suo più stretto collaboratore, il giurista Gian Luigi Gatta, che dalle pagine di Sistema penale, usa espressioni dure.

Il rinvio? Un “blitz governativo che non si era mai visto”, “susciterà dubbi sull’affidabilità italiana”. I due mesi in più sollevano anche profili “di legittimità costituzionale”. Cosa succederà, infatti, se chi avrebbe potuto godere di norme più favorevoli si vedrà applicate quelle più sfavorevoli? È il chiaro preannuncio di possibili ricorsi alla Consulta. Ma Meloni e Nordio sono tranquilli. Il ministro assicura che “non ci sarà alcun impatto negativo sul Pnrr: così com’è, la riforma avrebbe creato confusione, “le Procure avevano emesso circolari a volte non compatibili tra loro”. Entusiaste, invece, le toghe. “Fortunatamente - dice il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia - il governo ci ha ascoltato sulla necessità di una norma transitoria”.

Resta l’ergastolo ostativo - Pugno duro contro la mafia, è il messaggio di Meloni. Per fermare la corsa contro il tempo. La Corte Costituzionale aveva infatti dato al Parlamento un anno e mezzo di tempo per rivedere le norme che precludono i benefici penitenziari per gli ergastolani mafiosi o stragisti che non collaborino con lo Stato. L’8 novembre prossimo c’è l’udienza della Consulta. Ed ecco i “paletti” inseriti nel decreto di ieri: che però riprendono esattamente il testo approvato dalla Camera la scorsa primavera, e a cui FdI non aderì. “Registriamo un cambiamento di posizione da parte di Fratelli d’Italia, che quel testo non lo aveva votato - bacchetta infatti Anna Rossomando, responsabile Giustizia del Pd - contrariamente a quanto affermato in conferenza dalla presidente Meloni”.

In sintesi: non basterà la sola buona condotta carceraria, o la partecipazione al trattamento ma saranno previsti l’obbligo di risarcire i danni provocati, insieme con una serie di requisiti in grado di escludere l’attualità dei legami con la criminalità organizzata o il rischio di riallacciarli. Saranno evitati quindi “eventuali automatismi” e c’è l’obbligo da parte del giudice di sorveglianza di acquisire tutti i pareri. Per la liberazione condizionale, si può inoltrare richiesta solo dopo aver scontato 30 anni di carcere. Per Meloni comunque non basta: “In sede di conversione mi auguro che il Parlamento possa migliorare la norma.

Sul tema della lotta alla mafia non faremo passi indietro ma passi in avanti”. Protesta l’Unione Camere Penali. Si augura che Nordio “voglia impedire la perpetrazione di un atto che costituisce anche un inammissibile atto di ribellione al Giudice delle leggi”. Mentre a criticare duramente il decreto, “che non risponde alle sollecitazioni della Consulta”, è anche l’Associazione Antigone. Per il suo presidente Patrizio Gonnella, “il governo è rimasto imprigionato nella paura di fare un regalo alle mafie, innovando in modo non sufficiente la legislazione penitenziaria”.