di Giuseppe Ercoli
Il Resto del Carlino, 27 febbraio 2026
L’avvocato Silvio Tolesino: “Stiamo attendendo che venga fissata l’autopsia e che sia dato il conferimento dell’incarico. Io non sono un medico e non posso esprimere valutazioni”. “Diteci come è morto e se quei segni sul corpo hanno a che fare con la sua morte”. L’avvocato Silvio Tolesino assiste i familiari Joshua Di Carlo, il 23enne di Campobasso trovato morto nel carcere di Ascoli martedì mattina. I familiari chiedono chiarezza. “Stiamo attendendo che venga fissata l’autopsia e che sia dato il conferimento dell’incarico”, spiega il legale, precisando che sono state depositate denunce sia in Procura, tramite il suo ufficio, sia nei confronti della stazione dei carabinieri, con l’obiettivo di consentire tutti gli accertamenti necessari.
Nella giornata di ieri i familiari hanno incontrato il consulente tecnico di parte, il medico legale Paolo Scarano di Campobasso, per una prima valutazione degli elementi finora emersi. “La famiglia - riferisce l’avvocato Tolesino - nutre dubbi sulla ricostruzione dei fatti. Quando i parenti si sono recati ad Ascoli per il riconoscimento della salma, hanno infatti notato segni sul corpo del congiunto”.
A dare l’allarme all’alba era stato il compagno di cella che dormiva nel vano inferiore del letto a castello. “Io non sono un medico e non posso esprimere valutazioni tecniche”, chiarisce l’avvocato. “Sarà l’autopsia a stabilire l’origine di quei segni e la causa del decesso”. Il legale sottolinea come solo gli accertamenti medico-legali potranno chiarire se tali lesioni siano compatibili con un decesso per cause naturali o con altre dinamiche. Ulteriori perplessità riguardano alcuni effetti personali restituiti alla famiglia. Secondo quanto riferito, mancherebbero lettere che il giovane aveva scritto e che avrebbero dovuto essere spedite.
“In quelle lettere parlava di aggressioni subite in un contesto carcerario difficile”, afferma Tolesino. “Anche su questo aspetto è stata presentata querela, chiedendo approfondimenti investigativi”. Il detenuto stava scontando una pena residua per un piccolo furto e per violazione dell’articolo 73, comma quinto, legata a un passato di tossicodipendenza. Inizialmente era stato ammesso a una misura alternativa in comunità, poi revocata con conseguente ingresso in carcere. La fine della pena, secondo quanto riferito, era ad aprile, una data vicina e incompatibile - secondo la famiglia - con un gesto estremo, come l’eccessiva assunzione di farmaci. “Non possiamo escludere alcuna ipotesi”, conclude l’avvocato. “Proprio per questo chiediamo accertamenti completi e trasparenti, affinché sia fatta piena luce su quanto accaduto e su eventuali responsabilità”.









