di Peppe Ercoli
Il Resto del Carlino, 25 febbraio 2026
Struttura sovraffollata, anche se meno critica rispetto ad altri istituti. La denuncia dei sindacati: “Si lavora in condizioni disagiate, tra stress e ansia”. Il carcere di Ascoli ospita attualmente circa 160 detenuti a fronte di una capienza che non dovrebbe superare i 110. Per cui è evidente che è sovraffollato, anche se, paradossalmente, la situazione è meno critica rispetto ad altri istituti di pena italiani. La sicurezza è garantita da circa 100 agenti di polizia penitenziaria. Anche in questo caso il numero non è sufficiente in rapporto alla popolazione detenuta. I sindacati più volte hanno denunciato questa situazione, ma soprattutto che alle promesse dei politici che hanno affrontato il problema, non sono seguiti i fatti.
“Dopo le promesse fatte dai signori politici prima e dopo le campagne elettorali, non si è visto niente. Noi continuiamo a stare a lavorare, con un numero alto di detenuti rispetto a quello di noi agenti di polizia penitenziaria” è la lamentela pressoché comune. Il 70% dei detenuti del carcere di Marino del Tronto sono stranieri e di questi il 50% sono detenuti con problemi psichiatrici, che non vengono trasferiti in una struttura idonea dove avrebbe anche migliori cure, oltre a non mettere in pericolo l’incolumità degli altri detenuti e degli agenti. Non sono quindi sottoposti ad adeguata terapia psichiatrica.
“La situazione nella casa circondariale di Ascoli è veramente drammatica e nessuno fa niente, compresi il Dipartimento e il Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria (Prap). Quindi noi lavoriamo in condizioni disagiate, in condizioni di stress, in condizioni di ansia, perché questi detenuti, essendo psichiatrici, possono aggredirci e farci del male. Questa è la situazione attuale del carcere” hanno ripetutamente denunciato i sindacati della Polizia penitenziaria, chiedendo a gran voce che fossero presi provvedimenti in favore del carcere di Ascoli. Attività lavorative vengono fatte fare ai detenuti, ma non basta.
“Il rapporto fra carcere e territorio che lo circonda è fondamentale per il recupero di un detenuto” ha detto il cardinale Zuppi in occasione di una recente visita al carcere di Marino. “Ci sono carceri modello in Italia, ma lo sono diventate perché la società civile si è adoperata attraverso il volontariato e l’offerta di lavoro. Purtroppo, solo il 24% dei carcerati italiani è impegnato in attività lavorative. È troppo poco, come sono pochi gli educatori impegnati negli istituti di pena. Su questo - ha concluso monsignor Zuppi - dobbiamo fare tutti di più, in special modo i Ministeri di Giustizia e della Salute che devono comunicare fra loro di più e meglio”.









