di Peppe Ercoli
Il Resto del Carlino, 6 agosto 2025
“Vogliamo sapere come è morto, se sussistono fatti penalmente rilevanti ed eventuali responsabilità penali a carico di terzi”. È il sunto dell’esposto presentato alla Procura di Ascoli dalla madre e dalla sorella di Iheb Jawahdou, il detenuto tunisino di 23 anni morto due giorni fa al Mazzoni dove era stato ricoverato d’urgenza il 24 luglio dopo essere stato trovato impiccato alle sbarre della cella dove era rinchiuso. Quel giorno c’era in visita nel carcere di Marino del Tronto il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari. A scoprire il corpo, ancora in vita, sono stati gli agenti in servizio quel giorno nella casa circondariale ascolana.
Nei giorni successivi la madre e la sorella del giovane tunisino sono giunte ad Ascoli. Il loro congiunto, ricoverato in rianimazione in coma irreversibile, non si è però mai ripreso e lunedì è deceduto. Prima del decesso le due donne si sono rivolte all’avvocato Simone Matraxia per presentare l’esposto alla magistratura. “Due giorni prima che venisse ritrovato impiccato aveva parlato al telefono con la sua avvocatessa la quale mi ha riferito che era stata una telefonata tranquillizzante, riguardante la possibilità di proporre ricorso in Cassazione contro la sentenza d’appello che lo aveva condannato all’ergastolo per aver preso parte ad un omicidio” racconta Matraxia secondo il quale, anche a parere dei familiari “appare inverosimile la volontà di togliersi la vita, tenuto conto che il ricorso era inoltre volto ad essere trasferito in un carcere in Germania, per stare più vicino ai parenti, che lì vivono”.
Iheb Jawahdou era stato condannato alla massima pena per il sequestro di persona e l’omicidio pluriaggravato del 25enne Kaled Moroufi, torturato e ucciso a Bologna, in un capannone abbandonato lungo la ferrovia, la notte fra l’11 e il 12 luglio del 2022. Il 25enne assassinato, anche lui tunisino, era stato picchiato selvaggiamente e torturato con coltelli fino alla morte, perché accusato di aver fatto sparire orologi di lusso, cellulari, Ipad e una telecamera che lui e i suoi assassini (tutti condannati a pene pesanti) avevano rapinato pochi giorni prima a Rimini. Vittima e carnefici facevano dunque parte della stessa banda. Nell’esposto la madre e la sorella di Jawahdou chiedono che sia accertata l’origine di ferite sul corpo, se vi sono responsabilità di terze persone nella morte, se siano stati rispettati i protocolli di prevenzione del rischio autolesivo e suicidario.











