di Daniele Mencarelli
Corriere della Sera, 24 novembre 2025
Michela Marzano nel romanzo “Qualcosa che brilla” racconta la fragilità degli adolescenti: i loro sintomi - disturbi alimentari, dipendenze, autolesionismo, fobie sociali - diventano l’unico linguaggio con cui manifestare una sofferenza altrimenti indicibile. Dialogo con uno scrittore-poeta, che i ragazzi li conosce bene. Quello che stiamo vivendo, senza enfasi alcuna, può definirsi senz’altro un tornante della Storia. Gli accadimenti hanno preso a correre in modo sfrenato, sarebbe bello poter dire verso qualcosa di nuovo rispetto all’umanità e ai suoi cicli. Invece no. Dal genocidio a Gaza alla guerra in Ucraina, come per un maleficio invincibile, l’uomo torna sui suoi passi, cambiano gli scenari, le tecnologie, ma la distruzione sembra punto d’arrivo e partenza inevitabile. Ma non tutte le generazioni hanno pari responsabilità.
Guardiamo sempre al nostro presente. A vecchi esaltati dal potere, dalla logica della ricchezza oltre ogni confine morale, fanno da contrappunto le generazioni dei nativi digitali. L’ho scritto tante volte su queste pagine e ovunque mi capiti: solo chi non frequenta i giovani di oggi, chi ne ha una visione derivativa, ideologica, da rete generalista, può averne un’opinione negativa. Al contrario, questi ragazzi sono, loro sì, qualcosa di veramente nuovo, di antropologicamente inedito, per cultura e consapevolezza, per desiderio di complessità. A parlare di loro sono in tanti, perlopiù “addetti ai lavori”, psichiatri, psicologi, e così via. Nulla di sorprendente, sia chiaro. Però, è bello, anzi, bellissimo che a regalare pagine dedicate a questi ragazzi sia questa volta una scrittrice e filosofa.
“Qualcosa che brilla” di Michela Marzano è una conferma della sua bravura e della sua capacità di cogliere i dettagli del tempo e dell’esistente...
Il romanzo è un lungo piano sequenza dove a essere protagonista è l’ex psichiatra Mauro Rolli, ha abbandonato la carriera medica perché, a un certo punto, ha sentito troppo strette, claustrofobiche, quelle caselle da manuale diagnostico dove inserire a forza i pazienti. Ha fondato a Roma il centro La Ginestra e lì accoglie ragazzi in difficoltà. Li ascolta. Li vede nella loro fragilità assoluta, anche quando non riescono a dire cos’hanno, anche quando le parole si spezzano in gola e la sofferenza è una cappa di buio. C’è Sara, che si rifiuta di uscire di casa. Irene, in guerra continua col cibo. Clara, che ruba. E poi Gianpaolo, Noemi, Sandra, Viola, Luca. Parlare e ascoltare li fa sentire meno soli. E quando serve, Mauro incontra anche i loro genitori. Li aiuta a capire, a non aver paura, ad accettare.
Accettazione, parola oggi desueta, come sofferenza.
Un libro è vero quando lascia tante domande, e questa è l’occasione buona per farle a chi il libro l’ha scritto.
Gli adulti nel libro escono, se non come perdenti, come i veri “bisognosi”, generazioni cresciute a cavallo fra il crepuscolo dell’era analogica e l’avvento di quella digitale, dove si muovono come elefanti rispetto ai loro figli, ma anche incapaci di avere risposte alle domande di chi, più giovane, mostra una curiosità e un desiderio di approfondire la complessità della vita che loro non riescono a soddisfare. Parliamo tanto dei ragazzi, ma come rieducare un adulto alla consapevolezza di sé? Perché questo è il vero tema.
“Sì, è proprio questo il vero tema. I ragazzi, in fondo, sono spesso il sintomo dei loro genitori e dei loro insegnanti: ci sbattono in faccia tutto quello che noi, adulti della generazione X, non siamo stati capaci di elaborare. Oggi è raro che gli adulti abbiano ancora figure a cui identificarsi e contro cui ribellarsi, come spiegava Erikson già negli anni Sessanta. Dove sono finiti gli “eroi”? E con “eroi” non intendo modelli perfetti, tutt’altro. Un eroe è chi riesce a riconoscere le proprie fragilità e i propri errori. Figure reali, contraddittorie, fallibili, ma presenti. Perché ciò che conta non è l’idealizzazione, ma la disponibilità a esserci. Tutto comincia lì: nella qualità della relazione che si riesce (o non si riesce) a costruire. In quello spazio fragile e decisivo in cui un adolescente sceglie se fidarsi oppure no, se restare o fuggire. Non si cresce davvero senza essere accolti, ascoltati, riconosciuti. E non si cresce nemmeno senza la possibilità, a un certo punto, di allontanarsi”.
Tra tutti i ragazzi che hai raccontato in quale vive Michela? Il tuo punto di osservazione rispetto ai giovani qual è stato?
“Michela vive un po’ in tutti loro. Ogni personaggio porta con sé una parte di me, anche se, per la mia esperienza personale con i disturbi del comportamento alimentare, sono soprattutto Noemi e Irene quelle in cui mi riconosco di più. Ma c’è qualcosa di me anche in Claudio, e naturalmente in Mauro Rolli e in Arianna: figure che, in modi diversi, raccolgono e trasformano il dolore. Il mio punto di osservazione, però, non è stato soltanto autobiografico. Da un lato c’è l’università: in Francia i ragazzi arrivano già a 17 anni, quindi ho potuto incontrare molto presto le loro fragilità e i loro desideri. Dall’altro c’è stata l’esperienza nei centri medico-psico-educativi, che in Francia sono molto diffusi: lì ho potuto assistere, con il consenso di tutti, a numerosi gruppi di parola. E poi ci sono i miei vent’anni di psicanalisi: un percorso che mi ha insegnato ad ascoltare e che ha reso l’osservazione partecipante parte integrante del mio modo di stare al mondo”.
Dal libro emergono le nuove patologie che affliggono i nostri ragazzi, ma le domande che scatenano queste reazioni patologiche sono domande archetipiche, che l’uomo ha sempre posto a sé stesso e agli altri. Da scrittrice, ma ancora prima filosofa, non ti sembra che uno dei veri problemi di questa epoca sia il progressivo distacco che si è creato fra l’umano e la sua natura? La nevrotizzazione dilagante non nasce forse dal fatto che l’uomo vive di fatto in un analfabetismo esistenziale?
“Senz’altro. Credo anch’io che uno dei problemi più profondi della nostra epoca sia il progressivo allontanamento dall’umano nella sua verità più semplice: la fragilità, la finitezza, l’imperfezione. Viviamo in una società che esige performance e controllo, che chiede a ciascuno di essere sempre eccellente, efficiente, impeccabile. Ma questa pressione continua produce alienazione. Perché la condizione umana, in realtà, è fatta di limiti e di mancanze, ed è proprio lì che si radica la nostra capacità di desiderare, di creare, di entrare in relazione. Quando i ragazzi non trovano adulti capaci di trasmettere questa consapevolezza, finiscono per sentirsi inadeguati, come se non avessero il diritto di essere fragili. È allora che il dolore prende la forma del sintomo: un modo, spesso disperato, per dire ciò che non si riesce a esprimere a parole. Quello che manca, oggi, è una sorta di alfabetizzazione esistenziale: la capacità di nominare la sofferenza, di darle un senso, di condividerla. In fondo, le domande che i ragazzi si pongono - sul senso della vita, sulla morte, sull’amore, sull’identità - sono le stesse che l’umanità si porta dietro da sempre. Solo che oggi non trovano più spazi, né linguaggi, per poterle elaborare. La filosofia, la letteratura, la psicanalisi - e in generale tutte le forme di parola autentica - servono proprio a questo: a ricordarci che essere umani non significa essere perfetti, ma imparare ad abitare le nostre fratture senza smettere di cercare”.
Si parla tanto di fondo-psicologi e sportelli da aprire in ogni scuola. Giusto. Ma uno sportello filosofi? Uno poeti? Non ti sembra che l’impoverimento linguistico e la riduzione della vita a patologia sia uno dei grandi rischi di questo momento? La medicalizzazione è un dato di fatto, anche perché obbedisce a interessi economici giganteschi...
“Sono d’accordo, certo. Il compito di un buon psicologo non è ridurre la vita a una patologia, ma ascoltare e aiutare chi ha di fronte a trovare le parole per raccontarsi e nominare il proprio disagio. In questo senso, il lavoro psicologico è già un lavoro di restituzione di linguaggio. Il problema, però, è che viviamo in un’epoca segnata da un profondo impoverimento linguistico: se mancano le parole per dire le sfumature dell’esistenza, manca anche la possibilità di nominare quello che si prova. È per questo che, accanto agli psicologi, avremmo bisogno anche di filosofi, di poeti, di scrittori. Perché sono loro a custodire le parole che ci aiutano a pensare, a immaginare, a raccontare la vita oltre la griglia delle diagnosi. La medicalizzazione crescente risponde a logiche anche economiche, ed è un rischio enorme: ridurre la sofferenza a un codice, a una categoria clinica, significa spesso togliere a chi soffre la possibilità di essere riconosciuto nella sua unicità. Eppure, è solo attraverso il linguaggio - attraverso parole vere, profonde, non stereotipate - che possiamo riconnetterci con noi stessi e con gli altri. In fondo, la filosofia e la poesia fanno questo da sempre: ci restituiscono un alfabeto per abitare l’esistenza, con le sue contraddizioni e i suoi misteri. Non per guarirci, ma per farci sentire meno soli”.
Sentirsi meno soli. In fondo è questa l’aspirazione prima e ultima di ogni essere umano...
Una postilla ultima, un breve ritorno al tempo osceno che stiamo vivendo. Alzi la mano chi non trema di fronte alle immagini, alle parole e alle figure che animano la scena internazionale e quello che sembra profilarsi all’orizzonte. Come pensare a un giovane decontestualizzato da questa crisi sistemica? Ci stupiamo della fragilità delle nuove generazioni come se si fosse autogenerata dal nulla, perché ci fa comodo, perché questo ci solleva dalle nostre responsabilità, dalla consapevolezza del mondo che gli lasceremo, questo è la verità che facciamo fatica a pronunciare: rischiamo di lasciare a queste generazioni incolpevoli una terra desolata. E magari avremo anche il coraggio di dire che è stata colpa loro.










