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di Andrea Giuseppini

Il Manifesto, 17 agosto 2025

L’ultima Il 19 febbraio 1937, subito dopo l’attentato al viceré di Etiopia Rodolfo Graziani, viene dato il via alla rappresaglia contro gli “indigeni”. Yewinshet Beshawured aveva 6 anni quando fu confinata all’Asinara con sua madre e suo fratello. A 93, è tornata nei luoghi della deportazione degli etiopi: è probabilmente l’ultima testimone di questa storia. Sono arrivati da Stati Uniti, Francia, Inghilterra, Svizzera, Germania e altri paesi ancora per conoscere i luoghi della deportazione dei loro padri, nonni e bisnonni. Sono oltre 60 gli etiopi della diaspora sbarcati il 6 agosto sull’isola dell’Asinara. Assieme a loro c’è Yewinshet Beshawured, che oggi ha 93 anni e che quando ne aveva 6 venne confinata all’Asinara assieme alla madre e a Mamo, il fratello, che di anni ne aveva 4. Probabilmente l’ultima testimone ancora in vita di questa storia.

Il 19 febbraio 1937, subito dopo l’attentato al viceré di Etiopia Rodolfo Graziani, viene dato il via alla rappresaglia contro gli “indigeni”. La carneficina ad opera di militari e coloni italiani dura tre giorni, al termine dei quali le vittime etiopi si contano a migliaia. Sono punizioni per la stessa colpa la strage dei sacerdoti e diaconi del monastero di Debre Libanòs, la deportazione nei campi di concentramento di Danane e Nocra e anche, appunto, l’invio al confino in Italia di oltre 300 persone: uomini, donne, bambini, spesso famiglie intere, appartenenti alla classe dirigente etiope (amhara) del deposto imperatore Haile Selassiè.

Tra marzo e aprile 1937, in due trasporti partiti dal porto di Massaua, arrivano alla Stazione marittima sanitaria dell’isola-carcere dell’Asinara circa 290 persone. Rodolfo Graziani e Alessandro Lessona, ministro dell’Africa italiana, li hanno suddivisi in tre gruppi, a seconda del loro grado (presunto, diciamo noi) di “pericolosità”. Dopo alcuni mesi passati all’Asinara, i più “pericolosi”, una trentina, vengono spostati, per isolarli dagli altri, a Longobucco, un piccolo comune della provincia di Cosenza; il gruppo dei “poco pericolosi” è trasferito a Mercogliano in provincia di Avellino, la stessa località in cui saranno confinate quasi tutte le donne e i bambini, ospitate in un convento; infine il gruppo dei non pericolosi o “recuperabili” (una decina di persone) è destinato a Tivoli, vicino a Roma. Dopo questi trasferimenti, resteranno sull’isola dell’Asinara circa 150 etiopi, tutti maschi.

Tornando sull’isola per la prima volta dopo tanto tempo, a Yewinshet Beshawured sembra di ricordare tutto, persino alcune frasi in italiano imparate qui. Yewinshet Beshawured è figlia di un alto funzionario della corte nonché intimo amico dell’imperatore Haile Selassiè. Il padre viene ucciso dagli italiani subito dopo l’attentato a Graziani. Yewinshet, suo fratello Momo e la madre, Sarah Gebreyesus, sono arrestati, imbarcati su un aereo per Massaua e caricati assieme ad altri 194 etiopi sul piroscafo Toscana. Sbarcheranno sull’isola dell’Asinara il 17 marzo 1937.

La madre di Yewinshet è incinta, ha già avuto più aborti spontanei e la gravidanza è a rischio. A giugno viene trasferita con i figli a Roma, ma non in un reparto di maternità, bensì presso la Clinica delle malattie tropicali. Fondata nel 1931, la Clinica, affidata alla direzione del tropicalista Aldo Castellani, dopo la guerra in Etiopia viene ridisegnata anche in funzione della costruzione dell’impero fascista.

Asinara,1937. A sinistra Yewinshet Beshawured e a destra suo fratello Mamo. Al centro la 22enne Senedu Gebru - attiva nella resistenza contro l’occupazione italiana, letterata, che dopo la liberazione, nel 1957, sarà la prima donna eletta al parlamento etiope

Del lungo periodo trascorso nella Clinica, Yewinshet ricorda come lei e il fratello passassero le giornate girando tra i corridoi della struttura e visitando ogni mattina il vicino obitorio del Policlinico Umberto I per vedere quanti cadaveri vi fossero stati portati. Racconta Yewinshet: “E ogni giorno andavamo là. A interessarci di più erano i bambini piccoli. Li vestivano come angeli. Tutti di bianco. Stupendi. E le famiglie arrivavano e quei pianti. E noi li guardavamo incuriositi. È così. Non avevamo altro da fare”. Dalla clinica non era possibile uscire. Solo nel febbraio del 1938 viene concesso a Sarah e ai suoi figli di fare una passeggiata alla settimana per la città accompagnata dal personale della Clinica, a condizione però che non avessero contatti con estranei. Dopo il lungo periodo di reclusione alla Clinica delle malattie tropicali, Sarah e i tre figli - nel frattempo è nato il terzo bambino cui viene dato il nome Roberto - saranno trasferiti in una villa di Tivoli, dove è confinato un piccolo gruppo di notabili etiopi, alcuni di loro provenienti dall’Asinara.

Nel corso del 1939, tutti gli etiopi - ad eccezione di quelli “pericolosi” confinati a Longobucco che lo saranno solo nel 1943 con l’arrivo degli Alleati - vengono a piccoli gruppi rimpatriati, in ossequio alla nuova politica coloniale voluta da Amedeo di Savoia succeduto a Rodolfo Graziani come governatore dell’Etiopia. Il duca d’Aosta è infatti convinto che per governare l’impero sia necessaria, almeno a livello locale, una collaborazione con l’aristocrazia etiope.

Il gruppo di discendenti etiopi in visita all’Asinara questo agosto - DECINE DI ALTRE STORIE abbiamo ascoltato in questi giorni dalle voci dei discendenti. Quella raccontata da Yadwa Yawand-Wossen, arrivata all’Asinara da New York per cercare tracce della nonna Tewabetch Zeamanuel, deceduta forse all’Asinara forse altrove. O ancora quella riferita da Garbe Korajian, nipote dell’avvocato armeno Abrahm Koraijan, prima dell’invasione italiana direttore dei monopoli dell’Etiopia, deportato assieme ad altri due armeni all’Asinara e poi a Longobucco, il quale Garbe Korajian ha sia raccontato la storia della comunità armena in Etiopia, sia ricordato, a proposito del nonno, che, andando ad arrestarlo, i militari italiani gli avevano chiesto cosa ci facesse lui bianco in mezzo ai neri, e che non sarebbe stato arrestato se non fosse stato lui stesso a dichiararsi nemico degli italiani e amico degli etiopi.

E c’era poi all’Asinara Elfy Getachew, i cui figli erano già stati sull’isola due anni fa alla ricerca del luogo di sepoltura del loro trisnonno Haile Wolde Meskel, deceduto all’Ospedale di Sassari il 30 settembre 1937. All’Asinara Haile Wolde Meskel era stato deportato assieme a un fratello e al padre, che in Etiopia era Ministro della penna, una delle più alte cariche imperiali. A proprio a Elfy va gran parte del merito per il coinvolgimento e la partecipazione di così tanti discendenti dei confinati etiopi. Al termine di una cerimonia con canti, preghiere e la lettura dei nomi dei deportati etiopi, Yewinshet Beshawured, affiancata da Vittorio Gazale, direttore dell’Ente parco nazionale dell’Asinara e Paola Fontecchio della cooperativa Sealand, organizzatori di questa iniziativa, ha inaugurato una targa che ricorderà ai visitatori dell’isola questa storia successa ormai molti anni fa ma ancora storicamente e politicamente importante.