di Vivian Yee
La Repubblica, 25 agosto 2019
Camminando attraverso le macerie di Douma, un piccolo centro alla periferia di Damasco, ci siamo accorti che mancava qualcosa. Intorno a noi, donne portavano la spesa, vecchi scorrazzavano su motociclette e bimbi emaciati trascinavano brocche piene d'acqua, ma c'erano pochissimi giovani uomini: la ragione è che la maggior parte dei giovani siriani sono morti in guerra, sono rinchiusi in carcere o vivono ormai lontano dai confini siriani.
A fare le spese della loro assenza sono i sopravvissuti come Umm Khalil, 59 anni: tre dei suoi figli sono morti in guerra. Un altro è stato torturato in una prigione dei ribelli e di un quinto non si hanno più notizie da quando è sparito nelle carceri governative. Le nuore hanno dovuto trovare un lavoro, mentre lei - vedova dopo un bombardamento aereo - deve tirar su cinque nipoti. "Mi chiedo come sia potuto accadere - dice - la vita era normale, ma all'improvviso ho perso i miei figli. Avevo un marito e ho perso anche lui.
Non ho risposte. Dio perdoni chi è responsabile di tutto questo". Le macerie e la ricostruzione Dopo otto anni di guerra civile, il governo controlla buona parte del Paese e sta conducendo un'offensiva per Idlib, ultimo territorio in mano ai ribelli. Che il presidente Bashar al-Assad abbia vinto la guerra non è da tempo in discussione: siamo venuti in Siria per raccontare che aspetto ha questa vittoria. Abbiamo visitato per 8 giorni 5 città e cittadine sotto il controllo del governo e abbiamo scoperto che la sofferenza e il dolore non sono stati distribuiti in modo equo, ma hanno colpito maggiormente le aree più arretrate del Paese e quelle che erano in mano ai ribelli. E che anche la ricostruzione ha tempi diversi in località diverse.
A Damasco, la capitale, in uno scintillante centro commerciale costato 310 milioni di dollari e costruito durante la guerra risuona il ticchettio di chi va a fare acquisti con i tacchi alti. Nella vicina Douma, rimasta sotto il controllo dei ribelli, non c'è acqua corrente. Nella roccaforte governativa di Latakia, sulla costa del Mediterraneo, le madri piangono accanto alle foto dei figli morti combattendo per Assad. Non sono soltanto le infrastrutture a dover essere ricostruite. La Siria che abbiamo visto è priva di ceto medio.
Chi faceva parte della classe media è scappato o è sceso nella piramide economica: oggi in Siria 8 abitanti su 10 vivono in povertà. Quando poco alla volta tornano, i giovani uomini sono ancora costretti a entrare nell'esercito mentre i dissidenti, o chi è collegato a loro, scompaiono nelle carceri del governo. La popolazione continua a fuggire, anche se meno rispetto al passato. Senza aiuti per la ricostruzione da donatori internazionali, i siriani che abbiamo incontrato hanno fatto tutto il possibile per chiudere i buchi lasciati dai proiettili, sfamare i figli e trovare un lavoro.
Con così tanti giovani scomparsi, spesso il compito di portare a casa il pane ricade sugli anziani o sui giovanissimi, e soprattutto sulle donne, comprese quelle appartenenti a famiglie conservatrici che prima non avevano mai lavorato. "Non avevo mai pensato che avrei lavorato, ma è sempre meglio che chiedere l'elemosina", dice Umm Akil, una signora di 40 anni di Aleppo Est. Per le strade di tutta la Siria sono appesi striscioni con il volto di Assad.
I funzionari siriani impediscono l'accesso ai giornalisti che, secondo loro, ha dato una copertura troppo critica della guerra. Noi abbiamo impiegato sei mesi per avere il visto per entrare in Siria. E comunque questo non significa avere libertà di movimento. Ovunque andassimo, eravamo accompagnati da rappresentanti del governo, soldati, agenti segreti in borghese. Parlare con i siriani è stato difficile per noi e pericoloso per loro.
I funzionari governativi erano impazienti di mostrarci che la vita in Siria sta tornando alla normalità. A Damasco era facile da notare perché la capitale ha evitato i danni più gravi. A soli due minuti di macchina da Damasco, sulla strada per Douma, invece, il paesaggio cambia radicalmente: le ceneri della guerra sono sparse per chilometri e chilometri.
A distanza di più di un anno da quando il governo ha sconfitto i ribelli con un assedio che ha costretto la popolazione a nutrirsi di erba, buona parte della città resta inabitabile. Un bambino ci ha presentato i nonni, Ali Hamoud Tohme e sua moglie Umm Fares. La coppia ha fatto ritorno nel suo appartamento di Douma a maggio, trovandolo saccheggiato e dato alle fiamme e ha scoperto che venti parenti erano morti. Ora deve tirare su 11 nipoti rimasti orfani.










