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di Antonella Napoli

La Repubblica, 5 febbraio 2023

Il racconto di Amal Ahmadi, meno di vent’anni, che dal 2016 vive in un campo profughi della capitale. Uno spaccato delle violenze denunciate da papa Francesco. Amal Ahmadi ha poco meno di 20 anni, nello sguardo e sulla pelle i segni delle violenze che da sopravvissuta mostra al mondo affinché il “mai più” tante volte declamato, non sia più uno slogan vuoto.

Amal, costretta a fuggire dallo stato del Great Upper Nile, ha perso quasi tutta la sua famiglia nel 2016, quando un gruppo armato ha fatto irruzione nel suo villaggio. Lei e sua madre, sopravvissute insieme a un fratello, sono ora ospitate nel campo per sfollati di Malakal, a Juba, insieme a oltre 30 mila profughi interni. Nonostante la presenza della missione delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana, l’escalation di violenze che insanguinano il paese continua a causare perdite di vite umane.

“Siamo nel campo dal 9 luglio del 2016 - dice Amal - siamo al sicuro ma questa per noi non è vita. Nel 2011 eravamo felici dell’indipendenza, ma poi è diventata una tragedia: abbiamo rimpianto quello che c’era prima della separazione per il disordine che è seguito”.

Cosa ricordi, chiediamo, del giorno della fuga dal vostro villaggio? “Ricordo le urla della gente, gli uomini ci hanno detto di scappare. Abbiamo camminato per due settimane. Abbiamo saputo che alcune donne rimaste al villaggio perché non avevano voluto lasciare i figli sono state violentate. Ma anche qui nel campo è successo. Questa è una delle cose che noi donne soffriamo di più. Della guerra non so nulla, so solo che c’è”.

Accanto ad Amal c’è suo fratello, Adam, che racconta: “Quando le milizie arrivano nei villaggi cominciano a sparare, la gente viene massacrata. I ribelli attaccano anche scuole, chiese, ospedali. Bruciano le case, non uccidono solo gli uomini ma anche donne, anziani e bambini. In un villaggio li hanno appesi agli alberi”.

Racconti terribili, che parlano di orrori che sono stati documentati in un rapporto delle Nazioni Unite che ha chiesto al governo di Juba di indagare su ufficiali dell’esercito accusati di avere organizzato stupri di gruppo sistematici nel Paese, anche di bambine di soli nove anni.

La violenza sessuale è utilizzata come arma di guerra, da tutte le parti nel conflitto civile del Sud Sudan scoppiato nel 2013, ha denunciato lo scorso novembre la Commissione per i diritti umani sud sudanese che - si legge nel documento diffuso alla stampa - ha acquisito prove che un commissario di contea nello Stato settentrionale di Unity abbia orchestrato stupri di gruppo in un campo militare. “Gli abusi documentati vanno dalle decapitazioni, ai roghi di persone ancora vive, oltre a innumerevoli e brutali aggressioni sessuali”, ha rivelato un Rapporto Onu pubblicato lo scorso 21 marzo.

Orrori di una guerra che sembra destinata a non finire nonostante gli sforzi di Papa Francesco, che con questo viaggio apostolico in Sud Sudan ha portato con sé l’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, e il moderatore della Chiesa di Scozia, Iain Greenshields.