di Eleonora Martini
Il Manifesto, 4 luglio 2025
Suicidio medicalmente assistito. L’Associazione Coscioni: “Questa legge non apre davvero a un sistema privato: impedisce direttamente l’accesso al diritto”. Si accende nella società civile, il dibattito sul fine vita che non ha trovato spazio al Senato, dove a colpi di maggioranza è stato adottato un testo base molto restrittivo delle libertà di scelta del malato terminale che intenda porre fine alle proprie sofferenze con il Suicidio medicalmente assistito (Sma). Nelle commissioni riunite Giustizia e Sanità è iniziata ieri la discussione generale del ddl atteso in Aula il 17 luglio. Il termine degli emendamenti è stato prorogato di un giorno, al 9 luglio.
Mentre l’associazione Coscioni con una conferenza stampa ha rilanciato ieri la raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare che legalizzi tutte le scelte di fine vita, compresa l’eutanasia, le destre fanno quadrato attorno al ddl che ha subito una repentina accelerazione negli ultimi giorni e che trova supporto attivo dai siti pro-life d’Oltretevere. Nel testo adottato “si introduce l’obbligatorietà delle cure palliative come condizione di accesso, trasformandole in un trattamento sanitario obbligatorio, e si istituisce un Comitato nazionale che esautora il Ssn e allontana la decisione dal contesto di cura della persona”, spiegano Marco Cappato e l’avvocata Filomena Gallo. “La Corte ha chiesto al Parlamento una legge che regolamenti l’aiuto medico alla morte volontaria, non che lo svuoti. Questa proposta invece lo impedisce”, cambiando “i parametri stabiliti dalla Consulta”, perché tra l’altro “restringe l’accesso solo alle persone collegate a macchinari”. I leader della Coscioni non condividono il giudizio - “classista”, come hanno ribadito ancora ieri Avs, Pd e M5S - sull’articolo del ddl che esclude l’utilizzo di personale, strumenti e farmaci del Sss durante la fase di esecuzione del Suicidio medicalmente assistito (come avviene invece in Svizzera). “Il dibattito - sostiene Cappato - rischia di concentrarsi sul tema della “privatizzazione”, ma questo ddl non apre davvero a un sistema privato: impedisce direttamente l’accesso al diritto”.
Diverso è il parere dell’ex presidente della Consulta Mirabelli secondo il quale la Corte non ha accertato “un diritto alla prestazione” ma si è limitata a individuare in quali condizioni del malato terminale non è punibile colui che lo aiuterà nel suicidio. “Il legislatore è libero di articolare l’intervento del Ssn” al quale, sostiene Mirabelli, spetterebbe solo una funzione “di garanzia”.
Eppure, anche la Società italiana di neurologia (Sin) ha chiesto ieri “una legge che garantisca pari diritti e opportunità di scelta a tutti i cittadini, indipendentemente dalla patologia, nel rispetto dei principi costituzionali di uguaglianza e autodeterminazione”. In particolare sulle cure palliative, di cui si occupa, la Sin spiega che “devono essere offerte e possono essere rifiutate, indipendentemente dalla scelta finale che la persona malata vorrà effettuare, e questo deve accadere prima che si verifichino le condizioni di “dolore totale” che caratterizzano la richiesta di Suicidio medicalmente assistito”. Contrari all’esclusione del Ssn anche il farmacologo Garattini dell’Istituto Negri e vari costituzionalisti come il docente di Roma Tre Gianpaolo Fontana che lo reputa “incostituzionale” in quanto “incompatibile con la legge 219/2017” sul testamento biologico e “con l’art. 32 della Costituzione”.











