di Alessandro Parrotta*
Il Dubbio, 25 settembre 2025
Il via libera in terza lettura alla separazione delle carriere, deliberato esattamente una settimana fa dalla Camera dei deputati, segna una tappa cruciale per la giustizia italiana. Si tratta di un passaggio politico e istituzionale di grande rilievo che spinge la riforma verso l’ultimo esame in Senato e, se confermata, verso il referendum popolare. La riforma - fortemente voluta dal ministro della Giustizia Carlo Nordio e sostenuta con compattezza dalla maggioranza di centrodestra - mira a distinguere in maniera netta i percorsi professionali dei magistrati inquirenti e di quelli giudicanti. Non sarà più possibile il passaggio da una funzione all’altra, eliminando così un tratto tipico dell’ordinamento italiano che per decenni aveva suscitato critiche e difese. Secondo i promotori, l’obiettivo è rafforzare l’efficienza e la trasparenza, costruendo un sistema giudiziario più equilibrato, in cui accusa e giudice siano pienamente separati, come già avviene in diversi ordinamenti stranieri.
La votazione, pur ampiamente prevista, non è stata una semplice formalità. Al momento dell’annuncio del risultato, i membri del Governo si sono alzati in piedi applaudendo. Dai banchi di Forza Italia si è levato il grido “Viva Silvio”, in omaggio a Berlusconi, storico sostenitore della riforma. L’opposizione ha reagito duramente. Deputati del Pd, del M5S e di Alleanza Verdi Sinistra hanno contestato il clima di festa, sottolineando come si stesse celebrando una riforma mentre il governo non dava risposte adeguate su altre questioni drammatiche, in particolare la crisi umanitaria di Gaza. ù La capogruppo dem Chiara Braga ha chiesto che l’esecutivo riferisse in Aula sulla “tragedia immane” in corso in Medio Oriente. Le proteste si sono rapidamente trasformate in bagarre: alcuni deputati di opposizione si sono avvicinati ai banchi del governo, costringendo i commessi a intervenire per proteggere i ministri, tra cui Antonio Tajani. Il clima rovente ha portato alla sospensione della seduta, in un’immagine che testimonia la forte polarizzazione attorno a una riforma che tocca corde profonde dell’equilibrio costituzionale. Sul piano politico, l’approvazione rappresenta una vittoria per la maggioranza, che ha mantenuto la compattezza e ha potuto presentare alla propria base un risultato simbolico, descritto dalla premier Giorgia Meloni come una “riforma storica”. Ma le divisioni emerse in Aula mostrano come il tema non sia soltanto tecnico- giuridico: la separazione delle carriere si inserisce in un conflitto più ampio sul rapporto tra poteri dello Stato, sull’indipendenza della magistratura e sul ruolo delle istituzioni rappresentative.
Le critiche non mancano. Secondo la gran parte della magistratura associata, la riforma rischia di accentuare la politicizzazione dei pubblici ministeri, rendendoli più esposti a influenze del potere esecutivo. Altri osservatori hanno sottolineato che la modalità con cui si è arrivati al voto - con applausi, cori e celebrazioni - non ha favorito un clima di confronto sereno e istituzionalmente adeguato a una revisione costituzionale.
Ora la parola passa al Senato che dovrà approvare in quarta lettura il testo. Con ogni probabilità, si arriverà all’ultimo sì previsto dalla procedura ex articolo 138 entro il mese di ottobre, Ed è a partire dalla data, immediatamente successiva, della pubblicazione, che decorreranno i 90 giorni lasciati dalla Carta a disposizione dei soggetti titolati a chiedere che la riforma sia sottoposta a referendum. Già la necessità di passare per l’espressione diretta della volontà popolare dovrebbe agire da richiamo rispetto al clima troppo contrappositivo, e alle polemiche in parte strumentali che accompagnano questa modifica: siamo di fronte a un passaggio davvero rilevante nell’evoluzione dell’assetto istituzionale. Se davvero la separazione delle carriere sarà convalidata dalla consultazione, cambieranno gli equilibri, in senso migliorativo, fra i poteri dello Stato, e soprattutto saremo di fronte a una giustizia penale disegnata in modo più coerente con l’articolo 111. Lo scontro politico non può mettere in ombra tutto questo.
Certo, la sfida dell’urna referendaria si annuncia intensa, e non se ne può dare assolutamente per scontato l’esito. Sono in gioco temi sensibili come la fiducia nei magistrati, la tutela dei diritti di difesa e l’equilibrio tra accusa e difesa. Da una parte chi presenterà la riforma come necessaria per modernizzare la giustizia e renderla più equa, dall’altra chi la dipingerà come un pericolo per l’autonomia della magistratura e un passo verso un controllo politico più marcato. La riforma delle carriere dei magistrati, titolo della tesi di laurea proprio in diritto costituzionale di chi scrive, ormai datata più di un ventennio fa, non è più un’idea dottrinale e accademica: è un tema reale, destinato a entrare nel dibattito pubblico e a suscitare comunque, doverosamente, opinioni opposte. Saranno i cittadini a scegliere se l’Italia debba allinearsi ad altri modelli europei e anglosassoni o se mantenere l’attuale sistema misto, nel quale i magistrati condividono una comune appartenenza. In ogni caso, la riforma dimostra che la giustizia non è mai solo una questione tecnica, ma una materia che tocca equilibri politici, sensibilità sociali e l’identità costituzionale di un Paese.
*Avvocato, Direttore Ispeg










