di Giovanni M. Jacobazzi
Il Riformista, 19 settembre 2026
I motivi della protesta sono i soliti: il sovraffollamento, le condizioni degli istituti, la carenza di personale e i suicidi ma anche la recente vicenda delle intercettazioni dei colloqui tra avvocati e detenuti nel carcere di Perugia Capanne. Una settimana di astensione dalle udienze per riportare al centro dell’attenzione l’emergenza carceraria e, insieme, la tutela del diritto di difesa. Dal 23 al 29 settembre l’Unione delle Camere penali italiane ha proclamato l’astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria. I motivi della protesta sono - purtroppo - i soliti: il sovraffollamento, le condizioni degli istituti, la carenza di personale e i suicidi, ma anche la recente vicenda delle intercettazioni dei colloqui tra avvocati e detenuti nel carcere di Perugia Capanne.
“Il mio cane vive 50 volte meglio di un detenuto a Regina Coeli: prende i croccantini quando vuole, viene assistito se malato, beve l’acqua e può andare a passeggiare se ne ha bisogno”, ha affermato il presidente della Camera penale di Roma, Giuseppe Belcastro. La mobilitazione arriva a ridosso della decisione, prevista per il 22 settembre, della Corte costituzionale sulla questione sollevata dal Tribunale di sorveglianza di Firenze riguardo la possibilità di differire l’esecuzione della pena quando le condizioni concrete della detenzione risultino incompatibili con i diritti fondamentali della persona.
Giovedì scorso, comunque, è arrivata la risposta del ministro della Giustizia Carlo Nordio all’interrogazione presentata dal senatore di Forza Italia Pierantonio Zanettin intercettazioni effettuate dalla Procura di Perugia nell’ambito di un procedimento nel quale era indagata una avvocata. L’autorizzazione riguardava i suoi colloqui con un detenuto da lei assistito. Il problema si sarebbe verificato nella fase esecutiva: nel carcere di Capanne c’erano quattro sale destinate agli incontri tra detenuti e difensori e, non potendo sapere in anticipo quale sarebbe stata utilizzata, le captazioni furono predisposte in ogni sala, con il risultato che sono state registrate anche tutte le altre conversazioni. La Procura di Perugia ha riferito al Ministero che queste conversazioni fra avvocati e assistiti detenuti non furono utilizzate nel procedimento, né trascritte o valorizzate negli atti d’indagine. Ma non è stato possibile stabilire con precisione quanti colloqui siano stati effettivamente captati al di fuori dell’autorizzazione.
Il ministro ha sottolineato che il mancato impiego processuale delle registrazioni non cancella la gravità dell’accaduto. E ci mancherebbe altro. La segretezza del colloquio tra difensore e assistito, ha scritto nella risposta al Parlamento, ha “la stessa sacralità della confessione religiosa” e le conversazioni di un difensore estraneo al procedimento “non possono essere ascoltate”, a prescindere dalla loro utilizzabilità processuale. Il Procuratore generale di Perugia ha comunque aperto un autonomo fascicolo per approfondire quanto accaduto e ha incontrato i rappresentanti della Camera penale e dell’Ordine degli avvocati. Il Ministero ha inoltre disposto ulteriori accertamenti per ricostruire i fatti, verificare la conformità dell’operato degli uffici alle norme e individuare eventuali responsabilità. Se dagli approfondimenti dovessero emergere condotte suscettibili di rilievo disciplinare imputabili a magistrati, saranno valutate le iniziative conseguenti. “Il mancato utilizzo in sede processuale delle intercettazioni tra gli avvocati e i loro clienti captate al di fuori dell’ambito regolarmente autorizzato non elimina la loro illiceità, né la gravità dell’accaduto”, ha commentato Zanettin, auspicando che l’indagine ispettiva venga conclusa “con il massimo rigore”.









