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di Domenico Massano*

Ristretti Orizzonti, 8 luglio 2024

In un recente comunicato congiunto delle organizzazioni Sindacali del comparto sicurezza della casa di reclusione A. S. di Asti si denuncia una situazione interna al carcere fuori controllo, ingestibile ed in mano alla criminalità organizzata. La situazione viene illustrata, in particolare, riportando il comportamento di un detenuto ristretto da diverso tempo nel reparto di isolamento che, non vedendo accolte alcune sue richieste (“pretese”), protesta sia con il rifiuto di entrare nella cella, sia con la battitura delle sbarre. Dopo aver criticato l’”assordante silenzio” dell’Amministrazione penitenziaria e della Direzione del carcere nella gestione di tale situazione, le sigle sindacali si sono, quindi, rivolte direttamente al Prefetto per risolvere tale situazione che ha anche ricevuto una sollecita attenzione da diversi politici, tanto da esser tradotta in interrogazione parlamentare.

Provando ad analizzare un po’ questa vicenda, quantomeno particolare per come è riportata nel comunicato e dai mezzi di informazione, emergono alcuni interrogativi. Ma davvero la protesta “pacifica”, per quanto fastidiosa possa essere, di un detenuto che fa rumore battendo sulle sbarre e si rifiuta di rientrare nella cella nella sezione di isolamento è la prova inequivocabile ed esemplificativa di un carcere fuori controllo ed in mano alla criminalità organizzata, tanto da indurre i sindacati degli agenti penitenziari, dopo aver criticato la direzione dell’istituto e l’Amministrazione Penitenziaria, a rivolgersi al Prefetto? Ma davvero alcuni politici, silenti sui tanti problemi delle carceri e di quello astigiano in particolare, sentono il bisogno di preparare un’immediata interrogazione parlamentare a partire da questa “pacifica”, seppur fastidiosa, protesta, intesa come specchio dei problemi del carcere?

In un momento in cui il drammatico crescendo del numero di suicidi di detenuti (e di agenti) evidenzia tutte le problematicità del sistema carcerario italiano, non si rischia così di dimenticare o mascherare le tante criticità del carcere astigiano, per lo più analoghe a quelle evidenziate a livello nazionale, che limitano il perseguimento della finalità rieducativa della pena costituzionalmente prevista, a partire dal cronico sovraffollamento (circa 300 detenuti a fronte di una capienza di 200 posti), alla fatiscenza della struttura, all’inadeguatezza di alcuni locali, alle lacune nell’assistenza sanitaria, alle carenze di organico, alla mancanza di opportunità lavorative e trattamentali (da tempo ad esempio sono chiuse le sale attività), …. Un carcere che sconta, inoltre, la mancanza di quegli adeguamenti strutturali e trattamentali che lo renderebbero più adatto ad accogliere detenuti di A. S., dopo il passaggio formale da casa circondariale a casa di reclusione nel 2015.

Chissà se le ragioni dell’isolamento di questo detenuto e se le richieste (le “pretese”) alla base della sua protesta, sicuramente fastidiosa ma in cui non è dato ravvisare violenze (che sarebbero sicuramente stata segnalate se vi fossero state), sono in parte determinate dalle criticità evidenziate.

Lo scorso marzo il Presidente della Repubblica Mattarella nel ricevere i rappresentanti del corpo di Polizia Penitenziaria in Quirinale, richiamava l’importanza del loro ruolo “caratterizzato da aspetti di grande delicatezza: da quello della indispensabile sicurezza a quello finalizzato alla rieducazione per il possibile reinserimento nella vita sociale dei detenuti. In questo ambito si svolge il vostro impegno, tra questi due pilastri dell’attività”.

Il Presidente nel sottolineare la centralità di un aspetto spesso dimenticato, ossia di come l’attenzione alla questione della sicurezza debba essere indissolubilmente legata all’attenzione alla garanzia della funzione rieducativa della pena, denunciava la gravità dell’attuale situazione, richiamando il tragico stillicidio di morti che si sta consumando nelle carceri: “Il numero dei suicidi nelle carceri dimostra che servono interventi urgenti. Tutto questo va fatto per rispetto dei valori della nostra Costituzione, per rispetto di chi negli istituti carcerari è detenuto e per chi vi lavora”. Nelle sue conclusioni, infine, il Presidente ribadiva le responsabilità di un coinvolgimento della comunità nel suo insieme: “Tutte le istituzioni e i corpi sociali si sentano non estranei al mondo penitenziario ma si sentano chiamati a dare collaborazione”.

L’impressione, però, è che manchi una cultura diffusa orientata dalla prospettiva rieducativa della pena (art. 27 Cost.), che dovrebbe essere sostenuta da un impegno politico e da una pratica amministrativa capaci di valorizzarla e darvi concreta attuazione, se non per avviare una riforma del mondo carcerario, quantomeno per appianare le diverse criticità che lo attraversano, garantendo sia la dignità del lavoro del personale all’interno del carcere, sia la dignità della pena per i detenuti.

Forse sarebbe importante ripartire da qui, magari iniziando a dimostrare la stessa sollecitudine ed attenzione rivolta alle questioni di sicurezza anche alle opportunità trattamentali ed educative, ed investendo nella costruzione di percorsi che coinvolgano “tutte le istituzioni ed i corpi sociali” per far sì che la reclusione non si traduca in un tempo svuotato, di privazione di diritti e speranza, ma perché il tempo “sottratto” abbia sempre un significato e la pena conservi la sua tensione rieducativa costituzionalmente prevista.

*Pedagogista e volontario carcerario