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di Valentina Moro

La Stampa, 1 giugno 2025

L’ergastolano ha raccontato la sua esperienza agli studenti: “La prigione è la cosa più brutta che si possa vivere”. “Per garantire il benessere dei cani ci vogliono otto metri quadrati, in cella, qui ad Asti, ne abbiamo due e mezzo a testa”. Cosimo, condannato all’ergastolo, ha 71 anni ed è in carcere dall’11 gennaio 1993. Di origini calabresi, è stato in diversi istituti penitenziari e da tre anni si trova nel carcere di alta sicurezza di Quarto. “Come ergastolani avremmo diritto a una cella singola, perché chi è deve stare in prigione per tutta la vita e non può stare con chi uscirà tra qualche anno, ma di fatto spesso non è così”.

L’uomo ha vissuto in diversi istituti penitenziari durante i 32 anni in prigione: Cosenza, Carinola, Napoli. “Sono stato con dodici persone in due celle. Il carcere di Poggioreale di Napoli è invivibile, perché poi uno vuole una cosa l’altro un’altra e si discute”. Cosimo si racconta a un gruppo di studenti delle superiori di Asti che come progetto di alternanza scuola lavoro insieme ad AstiTeatro hanno scritto una pièce sul sovraffollamento delle carceri dal titolo “Inchiostro”. Rispondendo alle domande incuriosite dei ragazzi Cosimo critica la legislazione sull’ergastolo ostativo per cui l’Italia è stata condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo. “A differenza dell’ergastolo normale non ci sono permessi, in quello ostativo finisci i tuoi giorni in cella. È una condanna a morte”.

Quando una studentessa le chiede quali siano le condizioni igienico-sanitarie in prigione lui dice netto: “Qui sulla sanità ci sono continui tagli. Abbiamo medici eccezionali, ma gli tagliano le gambe. Non ti mandano in ospedale tanto facilmente. Io sono fortunato, sono stato operato da uno dei migliori chirurghi d’Italia”.

La vita in 2.5 metri quadrati - L’uomo racconta le difficoltà delle sue ore nei 2 metri e mezzo in cui vive, ma anche “ciò che in prigione c’è di bello”. “Il carcere è la cosa più brutta che l’essere umano possa vivere - dice -. È una sosta dove chiunque sbaglia o viene condannato in via definitiva dalla Cassazione deve scontare la sua pena, che sia innocente o colpevole non importa a nessuno”.

Una volta dentro si creano dei sistemi di sopravvivenza per proteggersi. Spiega il detenuto: “La cosa migliore da fare quando si è arrestati è lasciare tutto fuori, il “pacchetto” come diciamo noi”. Poi mantenere buoni rapporti con tutti, detenuti e agenti di polizia penitenziaria e tenersi lontani dai guai, anche se, dice Cosimo citando Fabrizio De Andrè, “in un modo o nell’altro sei sempre coinvolto”.

E ricorda un episodio: “Io non ho mai avuto richiami, ma una volta gli agenti hanno trovato una corda che alcuni usavano per far salire o scendere alcune cose dalla finestra. Nessuno ha ammesso di possederla e per tre giorni a tutti noi hanno negato l’ora d’aria”.

Dopo 30 anni in prigione Cosimo, lo scorso giugno, ha iniziato a usufruire dei permessi, ma per cinque anni a causa del Covid non ha potuto fare colloqui con la famiglia e i quattro figli. “Quando sono entrato il mio figlio più piccolo aveva 8 mesi. Gli ho dato tutto l’affetto, ma non posso dire di esser andato a prenderlo a scuola, di averlo tenuto in braccio”.

La richiesta di semilibertà - Da poco ha presentato la richiesta di semilibertà. Dopo potrà fare domanda per libertà condizionata e “a 78-79 anni potrei essere un uomo libero”. Cosimo racconta come è nata la sua passione per la lettura e per lo studio della Bibbia. Ma anche l’amore per la scrittura che - grazie a un corso fatto in carcere - lo ha portato a realizzare testi ripercorrendo la vita del nonno o la storia di un femminicidio avvenuto negli Anni Novanta. Lui li chiama “compiti”.

“A volte ci metto mesi, se lo scritto non mi piace lo tengo là, per un testo una volta ci ho messo 3 anni”, ammette. E ancora, la passione il teatro, nata e coltivata in carcere: “Se mi avessero detto che sarei salito su un palco non ci avrei creduto”. “L’importante è non stare a guardare il soffitto - dice - se stai a letto il carcere non lo reggi. Ti devi dare da fare, seguire dei corsi. Non è facile, rischi di chiuderti, io ho fatto il contrario”. Il 15 giugno i giovani che hanno partecipato all’incontro - organizzato dall’attore Fabrizio Rizzolo - metteranno in scena uno spettacolo ambientato in un penitenziario.