di Valentina Moro
La Stampa, 6 gennaio 2026
“Cuore fragile, anima ribelle instancabile, i tuoi demoni ti hanno accompagnato nella tua vita fin da bambino ce li hai mostrati, li abbiamo sempre accolti, spalancando sempre la speranza e cercando strade percorribili”.. Il ricordo di Christian Guercio, l’astigiano di 38 anni che si è ucciso in carcere, è affidato a una lettera della sorella Alessia. Famiglia e amici si sono trovati domenica al Diavolo Rosso per un ultimo saluto al giovane. Elettricista e dj per passione col nome d’arte Guè, l’uomo da tempo soffriva di problemi di tossicodipendenza, da cui la famiglia aveva tentato di aiutarlo a uscire. Era seguito dal Serd. Racconta la sorella: “Ci hai lasciato il giorno di Natale dove alla mia domanda: “Perché non vuoi entrare in comunità?” mi hai risposto dicendomi “perché io in fondo non mi voglio salvare”.
Hai bevuto due bicchieri di vino e sei uscito di casa come il vento. E così lo hai fatto altre mille volte. Ti abbiamo rincorso e mostrato la luce nella via che per noi era la più facile, percorribile e da manuale, ma non lo è mai stato per te. Ci hai lasciati con questo gesto estremo che ci avevi annunciato più volte. Quella roba dentro il tuo cuore era troppa da gestire, lo so, troppa da sopportare in questa società che non accoglie, non vede, non sente”. Conclude la donna: “Ci hai lasciati lasciando in ognuno di noi domande, riflessioni e sgomento. Una cosa è certa, il tuo cuore puro, il tuo amore smisurato per ciò che amavi, la musica, gli amici, il lavoro e la famiglia, hai lasciato un segno”.
La morte di Christian, avvenuta a tre giorni dall’arresto per resistenza a pubblico ufficiale, ha aperto molti interrogativi tra chi lo conosceva e nel mondo delle associazioni che si occupano di diritti dei detenuti. “Non è stato attivato nessun protocollo sanitario che tenesse conto della sua condizione psicofisica”, denuncia l’avvocato dell’uomo Maurizio La Matina. Al momento del fermo l’uomo era in uno stato alterato a causa dell’abuso di droghe. Nel tentativo di ammanettarlo un carabiniere è rimasto ferito a una mano. È stato poi portato al Pronto soccorso e dimesso dopo cinque ore per essere incarcerato.
“Credo che in tutta la catena di comando ci siano state una serie di inattenzioni e superficialità. Il problema più grande - spiega La Matina - è che non è stato fatto un trattamento sanitario obbligatorio. Per l’agente ferito mi risultano zero giorni di prognosi. Non ho mai visto arrestare qualcuno in questo caso. Lui non era nelle condizioni di comprendere nessun tipo di ordine, non era in sé”. L’avvocato ha richiesto tutta la documentazione e la famiglia presenterà un esposto. “I punti da chiarire sono: che cosa è stato scritto nel verbale di arresto? È stata indicata un’azione violenta volontaria? All’interno del Pronto soccorso è stato sottoposto a visita psichiatrica? Per le dimissioni dall’ospedale ha firmato lui o qualcuno si è preso la responsabilità di affidarlo ai carabinieri sapendo che sarebbe finito in carcere?”, conclude l’avvocato.









