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di Valentina Moro

La Stampa, 18 aprile 2026

La famiglia chiede di fare chiarezza sulla morte dell’elettricista, affetto da problemi di tossicodipendenza in carcere a Quarto. “Vogliamo capire cos’è successo in quelle ore prima della morte di Christian. Non chiediamo vendetta, ma sapere com’è andata e avere giustizia”. Alessia Guercio, sorella del giovane che il 28 dicembre si è ucciso in carcere, spiega così la nascita del comitato “Verità e luce per Christian”. A costituirlo sono famigliari e amici, lo scopo è fare luce sui passaggi che hanno portato Guercio, elettricista e dj noto con il nome di Guè, a finire nell’istituto penitenziario di Asti dove si è ucciso nella sua cella a tre giorni dall’arresto. “Quello che noi chiediamo -  continua Alessia, di professione educatrice - è che questa cosa non ricapiti più a nessuno. Chi è tossicodipendente deve essere curato, non messo in carcere”.

Le condizioni di salute - “Il gruppo è nato molto spontaneamente -  aggiunge -  anche per non restare soli noi parenti”. La famiglia e il legale avevano espresso subito la volontà di capire meglio le dinamiche che avevano portato Guercio nella casa di reclusione di Asti sottolineando le sue condizioni psichiatriche precarie: era seguito dal Serd in quanto tossicodipendente, soffriva di depressione e disturbo oppositivo provocatorio. Il giorno di Santo Stefano l’uomo si era presentato a casa dei genitori in stato confusionale a causa di alcol e droghe. La famiglia aveva chiamato i soccorsi ed erano intervenuti anche i carabinieri. Dopo un iniziale ricovero di cinque ore in ospedale, Guercio, che non era alla prima esperienza detentiva, è stato portato a Quarto. “Christian non è un nome su un fascicolo giudiziario, né un numero all’interno di una struttura detentiva. Era un figlio, un fratello, un amico. Come comitato intendiamo portare all’attenzione dell’opinione pubblica e delle autorità una serie di criticità ritenute gravi. In particolare, perché una situazione di necessità sanitaria sia stata gestita come un problema di ordine pubblico. Aveva bisogno di cure mediche, non di misure restrittive”, sostiene il comitato.

Le sue fragilità - Guercio in passato era già stato ricoverato per aver tentato il suicidio. “Christian ha sempre fatto uso di sostanze -  racconta la sorella - avevamo più volte cercato di aiutarlo per uscirne. Se tu sei già fragile, e lui aveva un disturbo borderline e la depressione, se assumi droghe tutto si amplifica”. Il comitato ha preso contatti con il garante dei detenuti e con l’associazione Antigone, in prima linea per difendere i diritti di chi si trova in cella. Il gruppo chiede alle istituzioni di intervenire per limitare il ricorso alla detenzione, considerando che nel 2025 in Italia sono state 80 le persone che si sono uccise dietro le sbarre e tra i detenuti la percentuale di cui suicidi è 15 volte superiore a quella tra le persone libere. “È necessario studiare con Comune, Asl, direzione carceraria, forze dell’ordine e garante dei diritti dei detenuti soluzioni alternative al carcere coatto”, l’appello. Gli obiettivi si estendono oltre la storia di Christian con la sensibilizzazione dei temi sull’uso delle sostanze stupefacenti e del suicidio. A breve il gruppo organizzerà un evento per ricordare il giovane”.