di Sara Sergi
La Stampa, 6 ottobre 2024
Visita della Consigliera regionale Giulia Marro nella Casa di reclusione di Asti. La popolazione carceraria è anziana. E così come nel “mondo di fuori”, ha bisogno di più cure. Ma la maggior parte dei detenuti della Casa di reclusione di Quarto d’Asti non possono uscire, perché le loro pene da scontare oltre che lunghe sono anche rigide. Ed è proprio sulla questione sanitaria che si sofferma la consigliera regionale di Avs Giulia Marro facendo il punto dopo il sopralluogo nella Casa di reclusione di Asti. La consigliera è reduce da una serie di visite nelle carceri piemontesi ed è stata invitata dai tre gruppi di opposizione del Comune di Asti che di recente hanno stretto un patto per le Amministrative del 2026.
Per Uniti si può, Ambiente Asti e Verdi è la prima azione sotto questa rafforzata alleanza. “Dal punto di vista sanitario i detenuti hanno assistenza medica ma raramente hanno la possibilità di uscire per sottoporsi a esami diagnostici specialistici. Una volta al mese un medico radiologo con la necessaria attrezzatura si reca nella Casa di reclusione, ma questo non è sufficiente così come non sono sufficienti le visite cardiologiche”.
L’assistenza medica non basta all’uomo che è in carcere con una malattia autoimmune e da tempo va alla ricerca di una diagnosi e soprattutto di una cura che possa alleviare i suoi dolori. Come non basta per tutti i detenuti che hanno problemi di vista e a cui è l’associazione Effatà - la onlus che con i suoi volontari si occupa di dare forma allo scopo rieducativo della pena - a fornire gli occhiali, ma con la paura di sbagliare gradazione e peggiorare la patologia dei detenuti. La sfera sanitaria in certi frangenti può essere legata anche alle dipendenze: “C’è un solo detenuto che fa uso di metadone - spiega Marro - ma ci sono altre dipendenze e in generale il Ser.D può fare un solo accesso mese nella struttura. Anche in questo caso troppo poco perché così non può esserci una presa in carico seria”.
“Trattamenti medici non uniformi” - A monte di tutto c’è un altro problema che riguarda la salute: “I trattamenti medici non sono uniformi da carcere a carcere e questo comporta che in caso di trasferimento le cure possano cambiare in modo drastico. E così si creano tensioni. Non c’è una normativa e porteremo questo tema in Regione perché non è possibile lottare contro i suicidi e poi rischiare di lasciare morire la gente perché non ha la possibilità di curarsi”. Come altre molte altre realtà la Casa di reclusione di Quarto patisce organici inadeguati: “Mancano almeno 20 persone e questo si ripercuote sulla possibilità per i detenuti di fare attività - prosegue Marro. I progetti ci sono, ma non il personale per monitorare la situazione. Così, molte delle attività che si potrebbero fare non si fanno”.
E in un mondo chiuso si sente “e va a incidere sulla sfera psicologica, con conseguenze anche sotto questo punto di vista”. I detenuti “avrebbero bisogno di attività imprenditoriali, di lavorare. E questo, considerato il regime detentivo, per la maggior parte di loro può accadere solo dentro le mura del carcere. Ma in pochi se la sentono di investire in questo mondo perché i percorsi sono complessi, soprattutto dal punto di vista burocratico”.
In stand-by il progetto ristorazione - Qualcuno ci ha provato, come un’azienda panificazione che avrebbe dovuto dare vita a un laboratorio, ma sempre la carenza di personale lascia al momento in stand-by il progetto. Qualche investimento nel carcere c’è, ad esempio quello per installare la fibra ottica così da permettere ai detenuti di fare le videochiamate con la propria famiglia. “Sarebbe necessario anche rendere più accogliente la sala per i colloqui: è fatiscente, ma dovrebbe esserci uno stanziamento del ministero della giustizia in arrivo”.










