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di Chiara Francini

La Stampa, 28 aprile 2026

Leggere, oggi, è un atto di resistenza. Nel senso concreto, fisico, quasi muscolare. Restare dentro una pagina quando tutto ci spinge altrove è una scelta. Non si tratta di opporsi alla tecnologia, si tratta di non delegarle tutto. Perché il rischio non è diventare meno intelligenti, è diventare meno liberi. E la libertà, senza la capacità di pensare, è solo una parola che non sappiamo più leggere. Immagino un futuro in cui leggere un libro intero, dall’inizio alla fine, sarà un atto di lusso, non economico, ma mentale, un privilegio silenzioso, come il tempo, come il sonno senza interruzioni. Un futuro in cui la concentrazione non sarà più facoltà diffusa, ma competenza di classe.

Non è distopia non è letteratura, è già una crepa del nostro presente, è già qui, si muove sotto i nostri occhi con la ferocia delle abitudini. Non è la prima volta che accade. La storia è piena di momenti in cui il sapere si è ristretto, si è fatto recinto, si è trasformato in strumento di potere.

Nel Medioevo, la lettura e la scrittura erano patrimonio di pochi, il latino era una lingua che separava, non univa, e chi deteneva le parole deteneva il mondo. Poi è arrivata la stampa, e con essa una promessa, una democratizzazione imperfetta ma reale, l’idea che leggere fosse un diritto, non un privilegio. Oggi stiamo facendo il percorso inverso, ma senza accorgercene, senza conflitto. Non ci viene tolto il diritto di leggere, semplicemente perdiamo la capacità di farlo. Non ci viene proibito il pensiero, ci viene reso sempre più difficile sostenerlo.

È una sottrazione dolce, cattiva, come quelle cose che si fanno “per comodità”, perché sono più facili e quindi ci appaiono più vantaggiose. Non serve censurare, basta saturare. Non serve vietare, basta distrarre. E allora succede che il tempo lungo diventa insopportabile, che il periodo complesso sembra un ostacolo, che il libro intero si trasforma in una montagna inutile. Si preferisce il frammento, la sintesi, l’estratto, non per scelta estetica, ma per incapacità progressiva. Non è un’evoluzione, è una riduzione.

C’è un punto che inquieta più degli altri, ed è il legame tra questa trasformazione e la disuguaglianza. Perché non tutti saranno colpiti allo stesso modo. Chi avrà gli strumenti, economici e culturali, proteggerà il proprio tempo, educherà alla lentezza, difenderà la concentrazione come si difende una proprietà. Gli altri verranno lasciati dentro il flusso, dentro un presente continuo, senza profondità, senza memoria. Non è una colpa, è una condizione. E qui la questione smette di essere tecnologica e diventa politica. Perché una società che non riesce più a sostenere il pensiero lungo è una società più manipolabile.

Un elettorato che aderisce invece di interrogare, è un elettorato più facile da guidare, o da ingannare. Non servono più grandi menzogne, bastano narrazioni abbastanza veloci da non poter essere verificate. Non è la prima volta che il potere passa attraverso la forma del sapere. Ma oggi la forma è invisibile. Non impone, invita. Non proibisce, offre. E noi accettiamo, perché non richiede sforzo. Eppure, la domanda resta, ed è una domanda di responsabilità. È reversibile? Forse sì, ma non con una soluzione unica. Si tratta di ricostruire un’abitudine, di riabituare la mente alla fatica buona. È una disciplina.