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di Giorgio Càsole

La Sicilia, 11 giugno 2026

“La bellezza salverà il mondo”, tratta dal romanzo L’idiota di Fëdor Dostoevskij, è una di quella belle frasi, divenuta una massima, che ogni tanto si ripete. Non so se Antonio Gelardi ci credeva. Sono convinto che ci credeva per salvare i detenuti. Me ne resi conto quasi subito quando, nel 1987, fui invitato all’inaugurazione del carcere di massima sicurezza di Augusta, in contrada Piano Ippolito, di cui era direttore. Si capiva che il suo desiderio più vivo era quello di trovare le risorse per “educare i detenuti al bello”, fermamente convinto che l’acquisizione di questa sensibilità estetica possa, se non migliorare questi uomini, almeno non farli peggiorare.

Per questo, nel 1990, accettò la mia proposta di un corso di educazione al teatro con la finalità di produrre uno spettacolo con i detenuti, un’esperienza mai tentata dalle nostre parti, con precedente a Roma, Napoli, Brescia. Ricordo che i detenuti furono lieti di mettere in scena un classico dialettale siciliano, “I civitoti in pretura”, l’atto unico di Nino Martoglio, che li fece divertire durante i mesi di prova e fece divertire ancora di più tutti i compagni di detenzione presenti nel 1991, nella grande sala adibita a teatro. Mettere in scena un processo, seppure farsesco, in un’aula di giustizia, con i suoi paradossi e le maschere popolari proprio davanti a un pubblico di detenuti, provocò un corto circuito formidabile. La risata liberatoria nasceva anche dal piacere di vedere esorcizzato quel mondo della giustizia e dei codici con cui ognuno doveva fare i conti quotidianamente. Gelardi proseguì con altri registi. Tornai a Piano Ippolito nel 2013 con alcuni miei alunni, disponibili a interagire con i detenuti con il canto e la musica. Demmo vita al festival della canzone partenopea in carcere.