di Irene Carmina
La Repubblica, 11 luglio 2024
Giulio Arena, 67 anni, aveva avviato la protesta nel dicembre scorso. Sottoposto al trattamento sanitario obbligatorio, è spirato in ospedale. Lo sapevano tutti che era solo una questione di giorni. Giulio Arena, ergastolano palermitano di 67 anni, è morto lo scorso 28 giugno all’ospedale di Catania dove era tenuto in vita da una soluzione fisiologica salina, che gli veniva somministrata via flebo giorno e notte. Da dicembre dello scorso anno, mentre scontava la pena nel carcere di Augusta, aveva smesso di bere e di mangiare per protestare contro una condanna che riteneva ingiusta. Arena aveva deciso di lasciarsi morire. “Se va avanti in questo modo non vivrà a lungo”, era stato il grido di allarme lanciato dal garante dei detenuti di Siracusa, Giovanni Villari, sulle pagine di Repubblica a febbraio. È andata esattamente così. “Una morte annunciata, l’ennesima in questo inferno silenzioso che è il carcere”, accusa Pino Apprendi, garante dei detenuti di Palermo.
Arena era un pianista, prima del carcere insegnava Metodologia dell’analisi musicale al conservatorio di Palermo e avevo fondato la casa editrice Unda Maris, specializzata in edizioni musicologiche e di ricerca musicale. “Un uomo colto e rispettoso - lo descrive così Villari - ma soprattutto un essere umano che aveva perso la speranza e ogni ragione per stare al mondo”. Gli altri detenuti provavano a tirarlo su di morale. Educatori, psicologi, medici e infermieri avevano tentato di aiutarlo. Anche il magistrato di sorveglianza andava spesso a fargli visita. La famiglia no, sembrava averlo lasciato al suo destino.
Passava il tempo sdraiato a guardare il soffitto, contando i giorni che gli restavano da vivere. A stento aveva la forza di parlare. “No”, riusciva a dire solo questo quando gli passava davanti il carrello del cibo e qualcuno insisteva a offrirgli qualcosa da mangiare o anche solo un bicchiere d’acqua. Poi tornava a trincerarsi dietro al suo silenzio, salvo aprire bocca per ribadire la sua verità: “Piuttosto che sopravvivere in un istituto penitenziario, preferisco farla finita”. Parole sussurrate, ma decise, con le labbra socchiuse.
Sperava in una revisione del processo. Voleva i domiciliari. Impossibile, vista la condanna all’ergastolo e le cure ricevute. “Finché queste sono ritenute adeguate, si applica il regime detentivo” spiega Villari. La domanda allora è: se Arena è morto, le cure erano davvero adeguate? Non c’era un modo per salvarlo? “Rispondendo a una logica di principio, se si cedesse alle richieste di uno, si dovrebbe venire incontro a quelle di tutti e allora lo sciopero della fame e della sete potrebbe diventare la regola tra i detenuti - osserva Villari - Il tragico paradosso è che si sapeva che Arena sarebbe morto, ma non è stato possibile evitare l’inevitabile: in carcere ti danno la possibilità di ucciderti, ma non di vivere in modo dignitoso”. Forse, però, qualcosa si poteva fare. Riflette ad alta voce il garante di Siracusa: “Nei casi di astinenza totale dal cibo e dall’acqua, andrebbe resa obbligatoria la nutrizione artificiale. La soluzione fisiologica salina endovena è un trattamento minimo, che non può salvare una vita”. La morte di Arena, a rigore, non può essere considerata un suicidio, non essendosi tolto la vita da solo. “Questo decesso, come gli altri dei detenuti in seguito a lunghi scioperi della fame, andrebbe annoverato come suicidio, essendo la morte diretta conseguenza di una forma di protesta pacifica estrema”, dice Santi Consolo, garante siciliano dei detenuti. Anche lui aveva provato a fargli cambiare idea: “Era un uomo molto educato, quando sono andato a trovarlo l’ho supplicato di desistere da quel comportamento”. Non c’è stato verso, di carcere si continua a morire.










