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di Alice Dominese

Il Domani, 13 marzo 2026

Il rapporto della ong Save the Children sulla criminalità minorile spiega perché dietro l’espansione di denunce, arresti e armi tra i più giovani ci sono “fragilità emotive diffuse” di adolescenti spaventati dal mondo esterno. L’Italia è uno dei paesi con il tasso di criminalità minorile più basso in Europa, ma tra fragilità relazionali e vuoti educativi aumentano i minori denunciati o arrestati per reati violenti. “Almeno fare paura significa essere visti”, dice un ragazzo intervistato da Save the Children nell’ambito del report “(Dis)armati. Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà”, che critica la risposta punitiva prediletta dalle istituzioni. “Di fronte a questo scenario, un approccio emergenziale che fa della punizione e del controllo gli strumenti principali per prevenire e affrontare la violenza minorile non è coerente con il superiore interesse del minore”, dice Antonella Inverno, responsabile della ricerca dell’ong.

Dietro l’espansione di denunce, arresti e armi tra i più giovani, secondo la ricerca svolta dall’ong ci sono “fragilità emotive diffuse” di adolescenti spaventati da un mondo esterno che considerano pericoloso e segnato da conflitti all’interno delle famiglie e nella società. Le testimonianze di minori e neomaggiorenni, magistrati, esperti, operatori sociali e del sistema di giustizia minorile che accompagnano ragazze e ragazzi nei percorsi di reinserimento rivelano come nell’ultimo decennio la violenza sia diventata più immediata, condivisa e amplificata, anche attraverso i social.

I minori e i giovani adulti presi in carico dagli Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni (Ussm) dall’autorità giudiziaria nel 2024 sono 23.862, in aumento rispetto agli anni precedenti, soprattutto a causa della permanenza prolungata nel sistema penale di giustizia minorile. L’attuazione del cosiddetto Decreto Caivano ha di fatto ampliato i casi di custodia cautelare per i minorenni e ristretto l’accesso alle alternative al carcere. Un dato che riguarda soprattutto i più giovani: il 73 per cento ha tra i 14 e i 17 anni e l’1 per cento ha meno di 14 anni, mentre i giovani adulti sono il 26 per cento.

In particolare, secondo i dati forniti dal Servizio Analisi Criminale del ministero dell’Interno, rispetto al decennio passato, nel 2024 sono aumentati i 14-17enni denunciati o arrestati per rapina (3.968 nel 2024, più del doppio rispetto al 2014), lesioni personali (4.653 nel 2024 rispetto alle 1.921 del 2014), rissa (1.021 nel 2024, 433 nel 2014) e minaccia (1.880 nel 2024, 1.217 nel 2014), mentre diminuiscono i minorenni segnalati per il reato di associazione per delinquere (109 nel 2024, 406 nel 2014). Se nel 2024, poi, il numero di minori denunciati o arrestati per associazione mafiosa conferma il trend del 2014 (49), il dato del primo semestre 2025 (46) suggerisce una possibile crescita del fenomeno.

I dati fotografano anche una maggiore diffusione delle armi tra i minori, con un incremento dei minorenni segnalati per porto abusivo di armi o oggetti atti a offendere. Il picco delle segnalazioni, pari a 1.096 adolescenti, è stato raggiunto nel primo semestre del 2025. Se l’aumento della diffusione delle armi e dei minorenni denunciati o arrestati riguarda quasi tutte le regioni, nello stesso periodo Milano, Roma, Bologna e Torino sono le città con il maggior numero di minorenni denunciati o arrestati.

Come riporta Save the Children, i giovani intervistati raccontano che girare armati fa sentire “più sicuri”, ma a volte anche “più nervosi”, altri lo fanno per status o come simbolo di potere. “Questi ragazzi non cercano la violenza per il gusto di farla. Cercano un posto nel mondo e spesso lo trovano dentro dinamiche violente: in questo modo qualcuno li vede, li riconosce. Molti di loro non hanno una prospettiva di futuro, ma hanno un presente molto esigente” spiega un operatore. Lo raccontano anche i ragazzi seguiti dai servizi di giustizia: “Se non reagisci, perdi rispetto e sei finito. Meglio passare per pazzo che per debole”.

A differenza di qualche anno fa, si legge nel report, la violenza di strada non è più confinata alle aree di marginalità estrema, ma coinvolge anche ragazzi e ragazze provenienti da famiglie e ambienti socialmente integrati. Ai gruppi strutturati che agiscono violenza si sostituiscono poi aggregazioni fluide e temporanee, che si formano spesso via social per affermare la propria presenza pubblica o mettere in atto reati come furti e rapine. A completare il quadro, si aggiunge spesso l’assenza sul territorio di servizi dedicati, insieme al ruolo carente di famiglie, scuola e istituzioni, in molti casi percepite come assenti, incoerenti o delegittimate da parte degli adolescenti intervistati.

Anche quando i segnali di disagio compaiono, dicono gli operatori sociali, la presa in carico da parte degli adulti non sembra funzionare, così come l’approccio securitario nei confronti della violenza minorile. Per questo, secondo Giorgia D’Errico, direttrice delle relazioni istituzionali di Save the Children: “Nelle scuole è urgente rafforzare i percorsi di educazione alla non violenza, il supporto al benessere psicosociale e attivare presidi di ascolto e intervento precoce. Accanto a questo, è fondamentale investire stabilmente nell’educativa di strada e di comunità, e garantire spazi pubblici dove i giovani possano incontrarsi, esprimersi e partecipare in modo positivo”.