di Marco Bresolin
La Stampa, 26 giugno 2025
Il dossier sull’aumento deciso dalla Nato: lo sforzo maggiore è per l’Ue, ma solo Berlino ha la forza economica per sostenerlo. Duemilacinquecento miliardi di euro l’anno: è la somma che gli Stati membri della Nato dovrebbero destinare agli investimenti in Difesa e Sicurezza per raggiungere il target del 5% del Pil fissato ieri al vertice dell’Aja. Dovranno arrivarci entro il 2035, quindi il valore reale in termini assoluti è destinato a essere ancor più alto perché sarà calcolato in rapporto al prodotto interno lordo, che aumenterà. Le spese saranno nazionali, ma nel frattempo resterà in vigore la clausola di difesa collettiva stabilita dall’articolo 5, come ribadito nella dichiarazione approvata ieri.
Alla vigilia del vertice, volando verso l’Aja, Donald Trump aveva lasciato intendere di voler mettere in discussione l’articolo 5 del Trattato Atlantico, quello che prevede che “un attacco armato” contro ognuno degli alleati “sarà considerato un attacco contro tutti e di conseguenza” ciascuno “assisterà la parte attaccata intraprendendo immediatamente qualsiasi azione che ritenga necessaria”. A oggi l’articolo 5 è stato attivato soltanto una volta nella storia della Nato e a beneficio degli Usa, che hanno chiesto l’aiuto agli alleati dopo gli attentati dell’11 settembre. Sull’Air Force One, Trump aveva sollevato il tema dell’interpretazione di questo articolo, i cui contorni andrebbero “definiti” meglio. In quali casi un attacco fa scattare l’obbligo di mutua difesa? Vale solo in caso di un’aggressione convenzionale, come un’invasione armata, oppure può essere usato - per esempio - anche in caso di cyberattacchi? Rutte ha spiegato che “l’articolo 5 è molto chiaro, ma non possiamo entrare nei dettagli, spiegare se e quando viene attivato perché questo avvantaggerebbe i nostri avversari”.
I leader europei sono tornati a casa rassicurati dal fatto che gli Stati Uniti non intendono voltare le spalle agli alleati, ma consapevoli che ora dovranno spendere di più. Dei 1.360 miliardi di euro investiti in campo militare dai Paesi Nato nel 2024, quasi 900 miliardi arrivano dalle casse degli Stati Uniti che ora vogliono un “riequilibrio”. In media, il contributo pro-capite di ogni cittadino americano alla Difesa è di 1.394 euro l’anno, mentre quello dei cittadini italiani è di 540 euro.
L’impegno a portare le spese militari al 2% del Pil era stato sottoscritto al vertice Nato nel 2014, con l’obiettivo di raggiungerlo nel 2024. Ma non tutti gli Stati hanno tagliato il traguardo (l’Italia è tra i dieci che non ce l’hanno fatta). Ora è stato fissato un nuovo obiettivo decennale, ma non si potrà semplicemente rinviare lo sforzo: l’aumento di spesa dovrà seguire un percorso “incrementale”. La dichiarazione dice infatti che i governi dovranno “presentare piani annuali che mostrino un percorso credibile e graduale verso tale obiettivo”. Simbolicamente, il 5% sostituisce il 2%, anche se in realtà “soltanto” il 3,5% del Pil, vale a dire 1.750 miliardi a regime, dovrà essere destinato alle spese militari in senso stretto. Il restante 1,5% dovrà finanziare la “protezione delle infrastrutture critiche, la difesa delle reti informatiche, la preparazione civile e la resilienza, l’innovazione e il rafforzamento della base industriale della Difesa”. Nel 2029 verrà fatto un “tagliando” per ogni Stato.
Il contributo dei Paesi dell’Ue alla Nato è nettamente inferiore a quello degli Stati Uniti, basti pensare che nel 2024 gli Stati Ue che fanno parte dell’alleanza hanno destinato alla Difesa 326 miliardi di euro (contro gli 894 americani). Una somma che equivale all’1,9% del Pil e che dovrà aumentare significativamente, anche perché la Russia destina alla Difesa una cifra il 9% del Pil e la Cina il 7,2%. In cima alla lista degli Stati Ue c’è la Polonia, che quest’anno supererà il 4,7%, ma la Germania è destinata a fare passi da gigante con il maxi-fondo che consentirà di mobilitare fino a 500 miliardi (dai 90 attuali).
Dove troveranno le risorse gli Stati dell’Ue? Il piano ReArm Eu di Ursula von der Leyen punta a liberare 800 miliardi di euro nei prossimi quattro anni: 650 grazie alla flessibilità della clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità e 150 con il programma Safe che metterà a disposizione prestiti a tassi agevolati per finanziare appalti congiunti. Ma già si discute di fonti aggiuntivi perché difficilmente si riuscirà a toccare quota 800 miliardi: soltanto 16 Paesi hanno attivato la clausola di salvaguardia (non l’Italia), mentre - secondo quanto risulta a La Stampa - solo dieci hanno manifestato interesse per i prestiti Safe: si tratta di Francia, Polonia, Portogallo, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Bulgaria e Grecia.











