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di Gianluca Di Feo


La Repubblica, 4 novembre 2020

 

L'attentatore di Vienna è uno dei tanti ragazzini sedotti in Austria dallo Stato Islamico. Figli delle guerre balcaniche, rimasti ai margini della società, hanno scelto di dare la vita per il Califfato. Ecco le loro storie. Kujtim, che a diciassette anni è stato arrestato per terrorismo ed è morto ieri sparando tra le strade di Vienna. Merktan, che a soli quattordici anni voleva far saltare in aria la stazione centrale della capitale asburgica. Samra e Sabina, occhi chiarissimi e lunghi capelli biondi, che a meno di sedici anni sono andate a Raqqa per "servire Allah e morire per lui".

All'indomani della strage l'Austria si trova a fare i conti con i millennial del jihad cresciuti nelle sue città. Lo Stato islamico li ha sedotti e trascinati al suo servizio, come il moderno pifferaio magico di Hamelin. A Mosul li chiamavano "i cuccioli del leone", esaltando l'animale che per Maometto incarnava la forza. A Vienna invece le leggi dello stato di diritto non sono riuscite a salvare questi giovani dal diventare la carne da cannone dell'Isis.

Kujtim, Samra, Sabina e Mektan sono figli delle guerre balcaniche e della povertà. Sono nati in Austria o ci sono arrivati da piccoli, inseriti nel sistema scolastico ma mai integrati nella società. Sono rimasti ai margini e sono caduti in pasto alla propaganda del Califfato. L'epicentro è Sankt Polten, la cittadina dove già nella notte si sono concentrate le ricerche della polizia, con perquisizioni e fermi. Un tempo cuore della valle dei monasteri, negli ultimi vent'anni ha visto innalzarsi i minareti di tre moschee: una riservata ai profughi bosniaci, una per gli immigrati albanesi, la terza per i turchi. Gli unici punti di riferimento per una comunità senza più patria, né radici. Abilmente sfruttati dai reclutatori dello Stato islamico.

Kujtim Fejzulai, che i compagni di lingua tedesca chiamavano Kurtin, era nato a Vienna nel 2000. I genitori di etnia albanese venivano dalla Macedonia del Nord. Un'infanzia senza particolari problemi, poi verso i sedici anni comincia a frequentare assiduamente una scuola coranica. A diciott'anni lo arrestano in un aeroporto della Turchia: era in viaggio per raggiungere il Califfato. Estradato e processato, lo condannano a 22 mesi di carcere. Esce dopo un anno, con la condizionale e l'obbligo di frequentare un corso di "de-radicalizzazione". "Veniva da una famiglia assolutamente normale. Per me si tratta di un giovane che è finito in un giro di amici sbagliati", ha dichiarato il suo avvocato Nikolaus Rast, un legale molto noto in Austria: "Se non avesse frequentato la moschea e avesse fatto per esempio boxe, sarebbe diventato un pugile. Non avrei mai ritenuto possibile che commettesse un attentato". Proprio la denuncia dei genitori sulla sua scomparsa aveva determinato l'arresto in Turchia: questi ragazzi hanno seguito il percorso che si erano scelti, cercando un'identità nella violenza islamista.

In carcere Kujtim ha fatto tanta palestra, gonfiando i bicipiti; forse, come spesso accade nelle prigioni europee, ha estremizzato ancora di più il suo credo violento. E una volta in libertà, invece delle lezioni sui valori della Costituzione austriaca, si è dedicato a tempo pieno a preparare il suo attacco.

Qualcuno lo ha addestrato a usare un kalashnikov. In un poligono o in un centro di softair, gli hanno insegnato i rudimenti del combattimento urbano: restare sempre in movimento, per offrire un bersaglio difficile agli avversari, poi quando serve fermarsi e sparare. Le tattiche che ha utilizzato per scatenare il terrore nelle strade di Vienna.

Il vero problema è che qualcuno gli ha fornito anche le armi. Un Ak-47, una pistola, centinaia di proiettili. Negli ultimi tre anni nessuno degli attentatori in azione in Francia, Germania e Belgio era più riuscito a procurarsi dei fucili mitragliatori. Le indagini ricostruiranno l'origine del kalashnikov: se proveniva dal mercato legale europeo, dove sono venduti per la caccia e il tiro sportivo e dove si erano riforniti gli stragisti di Charlie Hebdo e del Bataclan. O se invece è partito dagli arsenali accumulati nei Balcani, l'incubo peggiore dei servizi di sicurezza occidentali: lì ci sono giacimenti di ordigni letali e reti logistiche pronti a trasferirli ovunque, l'Eldorado del jihad.

La storia di Kujtim ricorda quella del coetaneo Merktan G., arrivato a sei anni a Sankt Polken dalla Turchia. Anche nel suo caso, il primo reclutatore è rimasto sconosciuto: si ritiene che fosse un predicatore itinerante, transitato da una delle moschee della città. Merktan è stato arrestato a scuola, nell'ottobre 2014, con l'accusa di volere far saltare in aria la stazione centrale di Vienna. Aveva soltanto quattordici anni. Il telefonino e il computer sono zeppi di video di propaganda jihadista: immagini sanguinarie di esecuzioni e battaglie condotte dalle bandiere nere. Pure la console della Playstation pullulava di materiali islamisti: un particolare che all'epoca non insospettii gli investigatori. Più tardi si è scoperto che le chat dei videogiochi venivano usate per le comunicazioni dell'Isis: l'attacco del Bataclan è stato organizzato sfruttando questo canale.

Lo studente jihadista ammette di volere realizzare un attentato, anche se il suo avvocato cerca di minimizzare: "Aveva solo l'idea di farlo, nulla di concreto". Secondo i giornali, per la sua missione gli era stato promesso un premio di 25 mila euro. Vista la giovane età, viene rilasciato in attesa di processo con l'obbligo di recarsi tutti i giorni alla polizia. A gennaio 2015 scappa e si mette in marcia per il Califfato: assieme a lui c'è un amico dodicenne. Vengono bloccati e questa volta Kujtim finisce in cella. Il processo si apre nel maggio 2015. Il massimo della pena prevista dal codice minorile è di cinque anni, lui se la cava con la condanna a ventidue mesi: dodici in cella, in resto di riabilitazione. Di cui non si conoscono gli esiti.

Tra le duecento persone che dall'Austria hanno scelto di raggiungere per lo Stato Islamico la maggioranza erano millennial. Samra Kesinovic e Sabina Selimovic, di 15 e 17 anni, nell'aprile 2015 hanno mandato un messaggio video alle loro famiglie: "Smettete di cercarci. Siamo venute a servire Allah e morire per lui".

A Vienna vivevano come normali teenager, scambiandosi selfie in cui valorizzavano gli occhi azzurri e i capelli alla moda. A Raqqa hanno fatto da testimonial dell'Isis, posando in mimetica e capo velato davanti a schiere di combattenti in tuta nera. "Qui ci possiamo sentire veramente libere, possiamo praticare la nostra religione. In Austria non era possibile", hanno ripetuto in più interviste.

Secondo l'intelligence europea, il pifferaio magico che ha trascinato questi ragazzi in Siria e in Iraq si chiama Mohammed Mahmoud, uno dei registi della propaganda del Califfato. Emigrato in Austria con la famiglia dall'Egitto, nel 2007 è stato arrestato per avere diffuso proclami inneggianti ad Al Qaeda. Dopo la condanna a quattro anni, è rimasto a lungo a predicare nelle moschee del Paese. I servizi segreti tedeschi ritengono che sia uno degli ideologi che hanno partorito il concetto di Stato Islamico. Nella primavera del 2014 parte per la Siria ma viene arrestato dalla Turchia: invece di estradarlo in Austria, misteriosamente ottiene il rilascio e ricompare a Raqqa. Lì giura fedeltà ad Al Baghdadi e sposa Ahlam Al-Nasr, la "poetessa dell'Isis".

Dall'autunno 2014 comincia a inondare il web di video in tedesco. Tuta mimetica e kalashnikov a tracolla, nel primo brucia il passaporto austriaco. Di settimana in settimana, le immagini si fanno più cruente: in una delle sue prediche è circondato di corpi decapitati. Al suo fianco compare un rapper ventenne, un ghanese cresciuto a Berlino: Denis Cuspert, in arte Deso Dogg.

Convertito nel 2010, da Raqqa diffonde filmati in cui partecipa all'esecuzione di prigionieri e poi solleva le teste amputate: "Questa è la fine che fanno i nemici dell'Isis". Sempre in tedesco, sempre per conquistare giovani reclute in Austria e Germania. Si ritiene che alla fine del 2018, quando le sorti del Califfato cominciano a segnare disfatta, Mahmoud abbia avuto uno scontro con i suoi capi. Secondo un comunicato dell'Isis, sarebbe morto nel bombardamento di un campo di prigionia. Impossibile averne certezza. Le ultime notizie sul rapper tedesco lo danno in fuga: una foto lo ritrae ancora in armi, ancora pronto a uccidere e a convincere ad uccidere. Samra e Sabina invece sono sopravvissute alla guerra. Hanno sposato dei miliziani ceceni e sono diventate madri. Adesso sono detenute in un campo di concentramento sotto sorveglianza curda e, secondo i media, hanno minacciato causa al governo austriaco per potere tornare a Vienna. Senza però mostrare il minimo rimorso per le loro azioni.