di Elisa Messina
Corriere della Sera, 20 maggio 2026
Al convegno per il 30 anni del Cipm, il ritratto degli uomini che commettono violenze sulle donne: sono negatori e manipolatori. Ma il trattamento rieducativo, quando funziona, riduce la recidiva di reato. Fabio Roia, Tribunale di Milano: creati protocolli ad hoc. Perché preoccuparsi di “trattare” e addirittura cercare di “recuperare” un uomo che si è reso autore di reati di violenza verso una donna? Che si tratti di percosse o di violenza sessuale, o psicologica, che senso ha inventarsi protocolli e percorsi di trattamento e rieducazione per uomini maltrattanti, magari già condannati e in esecuzione della pena, ovvero in carcere? Non è preferibile “buttare via la chiave?”.
Quando trent'anni fa il criminologo Paolo Giulini, basandosi su pratiche già in uso in Canada, iniziò a creare percorsi di trattamento in gruppo per uomini autori di violenza di genere fece una scelta pioneristica. Come spiega lo stesso Giulini: “Scomporre la violenza, rendersi consapevoli di quello che si è commesso per non ripeterlo più”, ecco lo scopo del lavoro che da 30 anni svolge a Milano il Cipm, Centro Italiano per la mediazione fondato dallo stesso criminologo. “Questi rei, una volta finita di scontare la pena, rientrano nella società e la recidiva per chi frequenta con successo i nostri gruppi è del 2,3%, ecco, spiegato da Francesca Garbarino, vicepresidente Cipm, il senso di questi trattamenti e del lavoro dei Cuav, i centri uomini autori di violenza. “Un padre maltrattante resta un padre” osserva Paola Ortolan, presidente del Tribunale minorile di Milano, “Ci sarà sempre una relazione con cui dovrà fare i conti. Per questo il percorso di trattamento è importante”.
E oggi questo senso è doppiamente importante. Visti i dati preoccupanti sulla violenza di genere in aumento soprattutto tra i più giovani. Una realtà che è stata fotografata durante il convegno che si è tenuto a Milano, in occasione dei 30 anni della cooperativa Cipm e organizzato dal Comune di Milano alla presenza dell'assessore al Welfare Lamberto Bertolé e di Marco Granelli, assessore alle Opere pubbliche, Cura del territorio, Protezione civile.
In questa sede il presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia ha ricordato i numeri di Milano aggiornati a settembre 2025: “Nell'ultimo anno, è aumentato il numero di giovani condannati, “con una preponderanza di condanne per i giovani adulti nella fascia d'età tra i 18 e i 41 anni che copre il 62% del totale a fronte del 58% dell'anno scorso”. In particolare, la presenza maggiore è tra i 31 e i 41 anni (30,4 per cento), ma il più grande incremento si registra nella fascia 22-31 anni (14 per cento), sebbene vi sia un aumento del 10% anche dai 18 ai 21 anni (52 imputati pari al 6,7%).
“Purtroppo ora i numeri ci dicono che siamo davanti a un fenomeno di violenza giovanile, non è solo una definizione giornalistica ma un dato di realtà” dice Luca Villa, procuratore presso il Tribunale dei minori di Milano. Vero che il numero aumentato delle denunce per violenza sessuale contro minori dipende anche da una maggiore consapevolezza da parte delle ragazze, ma in generale i reati violenti da parte di minori sono aumentati in modo preoccupante”. Cosa c'è dietro, si chiede il magistrato? La dipendenza dai social, genitori incapaci di interagire o, a loro volta abusanti? Un minore autore di violenza - non sempre, ma spesso - ha ricordato Villa, è stato un bambino vittima di violenza, diretta o assistita. Poiché sono tanti i fattori che lo determinano, proprio per questo “il fenomeno” richiede una presa di coscienza e un'azione che non può essere solo in direzione repressiva (vedi il caso del decreto Caivano).
Ma per le iniziative servono risorse mentre la realtà, ci dice, per esempio, che il Tribunale di Milano, il primo in Italia per carico di lavoro, ha una carenza di personale del 50% come ha ricordato il presidente Roia. Le comunità educative in cui mandare i minori autori di violenze, sono diminuite di numero in Lombardia. Per questi casi il carcere è una misura eccessiva e gli arresti domiciliari controproducenti. Eppure è proprio la vita e il lavoro fatto in comunità che si rivela più efficace nel recupero di questi ragazzi. E restituirli a un futuro di adulti che non commetteranno più questi reati.
Tornando al numero importante di giovani adulti autori di violenza - una percentuale che è aumentata rispetto all'anno precedente - lì bisogna fare i conti con il perpetrarsi della cultura del possesso, propria della mentalità patriarcale che non viene contrastata abbastanza a livello culturale, e che, anzi, ha ricordato Roia, continua ad essere trasmessa alle nuove generazioni. “È qualcosa che fa parte della nostra storia e che a livello giuridico non esiste più, la figura del “pater familias” con tutte le prerogative di potere che aveva, ma che resta come modello culturale che continua a ripetersi, con tutti i suoi stereotipi, anche attraverso i social”. E a chi parla degli autori di violenza come individui malati psichicamente Roia fa presente gli esiti della relazione della Commissione parlamentare sui femminicidi della precedente legislatura: solo il 7% degli autori di fremminicidio presi in esame presentava disturbi psichiatrici. “E fattori quali l'abuso di sostanze o l'emarginazione sociale possono incidere ma non sono mai la prima causa della violenza sulle donne”.
Viene da chiedersi, allora: ma se la matrice è culturale come devono essere modulati i programmi di trattamento e rieducazione dei violenti? Come dicevamo all'inizio, ogni uomo maltrattante, prima o poi torna nella società, e il trattamento all'interno di un cuav o dentro il carcere serve a limitare la recidiva. Ogni autore di violenza, sia che si tratti di violenza fisica o psicologica o economica, commette qualcosa che si sente legittimato a fare, non si rende conto della gravità del suo comportamento e tende a negare o minimizzare i suoi atti. Come si fa dunque ad agire sulla sub-cultura di una persona? “Siamo in campo nuovo - ammette Roia - ma come Tribunale di Milano abbiamo adottato protocolli specifici, in linea con la normativa nazionale in fatto di violenza di genere, la legge 168 del 2023 e la Convenzione di Istanbul”. E qui il giudice entra nello specifico: la legge dispone la sospensione condizionale della pena se la persona ha seguito “con esito positivo” un percorso di recupero con frequenza bisettimanale.
Basta davvero una certificazione del Centro che tiene il corso? Roia spiega che a Milano si è deciso di coinvolgere la procura i giudici competenti (Gip e Gup) nel monitoraggio e nella decisione finale sulla sospensione della pena. “Qui si tratta di cambiare un uomo, capire l'intimità del suo essere, quindi serve un suo profilo personologico. E questo è possibile solo se la Procura è messa a parte dei progressi che l'uomo fa o non fa, quanto partecipa attivamente ai corsi. Si tratta di certificare una “guarigione culturale”, è una responsabilità molto forte che deve essere presa da un giudice.
E qui si tocca un altro tema, arrivano altri interrogativi: se i responsabili di violenze sulle donne sono dei negatori e dei manipolatori come fidarsi? Roia e la magistrata di Sorveglianza Roberta Cossia ricordano a questo proposito il ruolo importante degli avvocati: devono accompagnare il soggetto nel percorso, non pensare allo sconto di pena ma alla possibilità del recupero. I dati ci dicono che molti degli autori di violenza domestica ritornano nello stesso ambito familiare dove sono avvenute gli abusi e qui entra in gioco la sicurezza delle persone che sono state vittime di violenza. Questo rientro è davvero possibile? Si può rispondere a questa domanda solo se esiste una rete interistituzionale - e il Tribunale di Milano lo prevede - tra chi si occupa di violenza, ovvero gli operatori di Giustizia, il Comune di Milano con la rete dei centri antiviolenza e i centri come il Cipm che si occupano dei maltrattanti.
Sembra un'ovvietà ma il dialogo tra le istituzioni non è scontato neppure in casi delicati come il contrasto alla violenza di genere. E sappiamo, per esempio quanto i centri antiviolenza sul territorio siano importanti e poco aiutati. Non a caso, quando si parla di aperture di nuovi centri cuav, quelli che si occupano di autori di violenza, i timori che arrivano dai centri antiviolenza, che sono in prima linea nel fornire ascolto e protezione alle donne, è quello di “distrarre” i già esigui fondi destinati ai cav ai protocolli per uomini. Per questo è fondamentale che le istituzioni agiscano in “rete” come si prova a fare a Milano. “Noi, centri antiviolenza, e i centri come il Cipm abbiamo un antagonista comune che è la cultura patriarcale e un obiettivo comune che è liberare le donne dalla violenza, la collaborazione parte da questa consapevolezza” dice Serena Ortelli della Rete antiviolenza del Comune di Milano che sottolinea un altro aspetto: “Quando un maltrattante si presenta bene, parla bene, è, insomma, un manipolatore capace di trarre in inganno l'interlocutore, ecco, in questi casi è molto più significativo se questa descrizione la fa un criminologo come Giulini piuttosto che noi dei cav”.
Il dato preoccupante che ci deve far pensare che i programmi di recupero sono importanti è quello rivelato da Roberta Cossia: “Negli ultimi anni c'è stato un aumento esponenziale dei detenuti per violenza di genere. Ma a questo non ha corrisposto un aumento del personale di educatori e formatori. Per questi rei, fino al 2009 valeva il principio dell'ibernazione penitenziaria, ovvero l'isolamento. La conseguenza era, ovviamente, una recidiva altissima”. Anche gli avvocati, per la giudice, hanno le loro responsabilità: “La finiscano di basare la difesa sullo screditare la parte offesa perché in questo modo rendono il percorso carcerario dei loro assistiti molto più difficile perché alimenta il loro senso di ingiustizia subita. “Ho commesso violenza? Sì, però lei...” Quante volte lo abbiamo sentito dire! Pensiamo agli imputati del processo a Ciro Grillo? Cosa dovranno pensare dopo un dibattimento cosi? Di essere vittime del sistema, con il rischio di vivere la carcerazione solo come una tremenda ingiustizia”.











