sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Tania Groppi

La Stampa, 10 febbraio 2023

In molti Paesi siamo di fronte a una regressione senza precedenti con l’avanzata dei populismi. Gli studiosi hanno un ruolo centrale ma non bastano: servono radici profonde nella società.

Come si difende una Costituzione democratica? Questa domanda è diventata impellente negli ultimi venti anni. Un’epoca nella quale all’espansione della democrazia, che aveva caratterizzato il post-1989, ha fatto seguito un suo netto arretramento. Al punto che oggi solo il 20% della popolazione mondiale vive in Paesi che possono essere considerati “liberi” (il dato più basso dal 1997), come segnala uno dei principali istituti di ricerca, Freedom House. Ma molti altri studi, dati, indicatori, si potrebbero citare. E basta guardarsi intorno per rendersi conto, senza la necessità di essere politologi o costituzionalisti, di quel che sta accadendo in tanti Paesi, dalla Polonia all’Ungheria, da Israele all’India, dal Salvador al Sudafrica, dal Messico alle Filippine.

Siamo di fronte a una “regressione democratica” senza precedenti, che colpisce vecchie e nuove democrazie in tutto il mondo e che presenta caratteri del tutto inediti. Niente più colpi di Stato, insurrezioni, rivoluzioni. La democrazia costituzionale viene erosa dal suo interno, ad opera delle maggioranze politiche e dei governi, spesso supportati da un ampio consenso elettorale, attraverso una serie di interventi normativi che, se non sembrano pericolosi presi uno per uno, sommandosi ne determinano lo svuotamento.

Perdita di indipendenza del potere giudiziario, “cattura” delle corti costituzionali e degli organi indipendenti da parte delle maggioranze politiche, controllo dei media ad opera del governo, riduzione delle prerogative parlamentari e del ruolo dell’opposizione, compressione dell’autonomia locale, per arrivare alla limitazione della libertà di insegnamento e di associazione: questi sono gli esiti delle regressioni democratiche.

Ne risultano regimi che i politologi definiscono “ibridi”, in quanto non presentano tutti i tradizionali caratteri dei regimi autoritari: i diritti di libertà non sono totalmente soppressi; si fa scarso ricorso alle norme penali; le elezioni continuano ad avere carattere competitivo. La compresenza di alcuni elementi democratici con altri autoritari è all’origine della definizione di illiberal democracy, di cui i leader di tali nuovi regimi amano fregiarsi per mostrare che sì, di democrazie, e non di autoritarismi, si tratta, e distanziarsi al contempo dalla aborrita liberal democracy, considerata inefficiente e decadente.

Questi fenomeni sono più frequenti nelle nuove democrazie, in cui il costituzionalismo non è riuscito a radicarsi pienamente: si pensi alla Tunisia del presidente Said Kaied che, senza incontrare alcuna resistenza, ha sospeso, e poi riscritto a colpi di decreto, la Costituzione democratica del 2014, che tante speranze aveva suscitato dopo il fallimento delle altre “primavere arabe”.

Ma anche nelle cosiddette “democrazie consolidate” si assiste una crescente sfiducia nei processi democratici e soprattutto nella democrazia rappresentativa: lo dimostrano i sondaggi, che spesso collocano nelle ultime posizioni non solo i principali attori della vita politica democratica, i partiti politici, ma anche molte istituzioni rappresentative. Significativa è, inoltre, la scarsa partecipazione al voto, più o meno in caduta libera ovunque.

E qui emergono movimenti politici, guidati da leader carismatici, che pretendono di parlare in nome del popolo, come se il popolo fosse uno e avesse un’unica voce. Da ciò la definizione, ormai entrata nel linguaggio comune, di “populismo”. Tali movimenti, una volta al governo, tendono “naturalmente” a rifuggire a limiti e garanzie, proprio in quanto si basano sulla negazione del pluralismo, e con essa della mediazione, del compromesso, delle istanze tecniche e della razionalità.

Come reagire di fronte alle regressioni democratiche è la grande sfida di questa epoca. A fronte di processi nei quali il diritto tende a diventare, anziché uno strumento di limitazione del potere, un grimaldello per scardinare le garanzie aprendo la strada allo scivolamento verso i nuovi autoritarismi, un ruolo centrale è affidato a tutti coloro che di diritto si occupano: in particolare agli studiosi, che sono chiamati a svelare, spiegare, denunciare.

Ma è evidente che questo non basta, che la democrazia non potrà sopravvivere alle sirene sempre in agguato dei tanti populismi, complici la disinformazione e le nuove forme di comunicazione, senza radici profonde nelle società di riferimento. Senza una opinione pubblica informata, consapevole, capace di interessarsi e reagire a fronte di interventi normativi spesso assai tecnici e poco comprensibili. Come ha scritto di recente su questo giornale Donatella Stasio, “solo la cultura costituzionale, con i suoi bilanciamenti, può fare da sostegno, da scudo e da argine”. Contribuire a nutrire questa cultura è il compito di tutti coloro che credono nella democrazia costituzionale come strumento di convivenza pacifica nelle società pluraliste. Una eredità preziosa, frutto delle tragedie del “secolo breve”, da custodire, sviluppare e realizzare pienamente.