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di Andrea Pastore

vita.it, 20 marzo 2026

Negli istituti di pena, la festa del papà ha un senso diverso. Non semplice, ma reale. Anche lì dentro si è padri. E, a volte, si prova a proteggere almeno un pezzo di infanzia. Il racconto dell’abbraccio forte, un po’ goffo, di un padre e di un figlio che non si vedevano da cinque mesi. La fiducia di un bambino, il rispetto silenzioso degli altri detenuti, le dita intrecciate di Marco (nome di fantasia), come per controllare che fossero ancora le sue. Sono entrato stamattina nel teatro del carcere di Avellino prima dell’arrivo dei detenuti e delle rispettive famiglie. La sala aveva un odore strano, un misto di disinfettante e di attesa. Le sedie erano allineate con una precisione quasi severa, come se anche i sentimenti dovessero stare composti, in fila.

Era la festa del papà. I volontari del progetto S.Av.E.L.ove – curiAmo La Relazione hanno sistemato i fogli con i colori su un tavolo. Su un altro hanno disposto dei vassoi di zeppole. Le famiglie sono arrivate piano, una alla volta. C’erano occhi che cercavano qualcuno con urgenza. Un bambino cercava con lo sguardo il suo papà. Marco, il padre (nome di fantasia), l’ho immaginato seduto da qualche parte. Era felice, ma anche teso. Teneva le dita intrecciate, come per controllare che fossero ancora le sue. Non vedeva suo figlio da cinque mesi. Fuori sarebbero passati quasi senza accorgersene; lì dentro hanno avuto un altro peso.

Quando la porta si è aperta, il bambino è entrato tenendo stretta la mano della madre. Aveva uno sguardo curioso, fiducioso. Appena ha visto il padre, si è staccato e gli è corso incontro. “Papà!”. Marco si è abbassato e lo ha abbracciato. In quel momento tutto il resto è passato in secondo piano: le sbarre, le regole, gli errori. È rimasto quell’abbraccio, forte, un po’ goffo.

“Sei tornato dal lavoro che fai fuori?” ha chiesto il bambino. Marco ha annuito e gli ha accarezzato i capelli. “Sì… sono tornato ad Avellino solo per oggi”. Non è stata una bugia solo sua. È stata una versione della realtà costruita per proteggere il bambino: dalla madre, dagli educatori e in questo va ricordato il gran lavoro fatto da Antonio Solimene, e dagli altri detenuti. Hanno deciso di non spezzare quella fiducia, ancora per un po’ almeno.

Nei giorni precedenti se lo sono detti tra loro, a bassa voce: “Arriva suo figlio per la festa del papà”. “E non sa niente?”. “No”. “Allora continuiamo così”. E così è stato. È chiaro che il figlio di Marco questa mattina è entrato in un carcere: lo capisce anche un bambino. Ma il suo papà, per lui, era lì per lavorare, solo per oggi, di passaggio in città nel lungo impegno che lo sta tenendo lontano da casa. Per qualche ora, quel luogo ha avuto un significato diverso.

Il bambino ha tirato fuori dallo zainetto un disegno. Sopra c’era scritto: “Al mio papà”. Marco lo ha guardato a lungo. “È bellissimo”, ha detto. Intorno, anche gli altri padri hanno vissuto momenti simili: abbracci, poche parole, gesti semplici e la lettura della poesia per la Festa del Papà. Tra loro si è creata una forma di rispetto silenzioso. Nessuno ha rotto quell’equilibrio. Il tempo è finito presto. Una voce ha annunciato la fine dell’incontro. “Devo tornare a lavorare”, ha detto Marco. Il bambino ha annuito. “Allora torna presto”. “Ci provo”. Si sono abbracciati ancora. Poi il bambino si è allontanato, voltandosi più volte per salutarlo.

Quando la porta si è chiusa, Marco è rimasto fermo. Intorno a lui, qualcuno ha abbassato lo sguardo, qualcun altro si è asciugato gli occhi. Un uomo gli si è avvicinato e gli ha dato una pacca sulla spalla. Non ha detto nulla. In quel silenzio, la Festa del Papà ha avuto un senso diverso. Non semplice, ma reale. Anche lì dentro si è padri. E, a volte, si prova a proteggere almeno un pezzo di infanzia.