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di Rossella Grasso

Il Riformista, 16 novembre 2022

“Voleva andare in comunità, ma non c’era posto”. Costantino aveva 45 anni, era originario di Bellizzi, in provincia di Salerno. Era tossicodipendente, aveva bisogno di aiuto, ne era consapevole e lo voleva. Il 15 novembre era atteso per l’udienza in Tribunale. È morto in carcere di Ariano Irpino, in provincia di Avellino, il giorno prima. Era lì da una settimana appena.

“Sono 186 le persone morte nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno, 77 si sono suicidate - ha detto Samuele Ciambriello, Garante dei detenuti della Regione Campania - In Campania in 6 si sono tolti la vita. L’ultimo è Costantino che si è tolto la vita nel carcere di Ariano Irpino. Il male oscuro dei suicidi, va fermato”. Secondo la ricostruzione di Emilio Fattorello, consigliere nazionale del sindacato autonomo Osapp, Costantino si è impiccato all’inferriata della cella utilizzando una cintura. Per lui sono stati inutili i soccorsi, è morto in carcere.

“Su questa morte saranno fatti accertamenti. Certo è che era una morte che si poteva evitare. Costantino era un tossicodipendente e voleva andare in comunità. Da maggio lo chiedeva, ma per lui, come per tanti altri, non c’è mai posto”, ha detto l’avvocato Stefania Pierro, legale di Costantino che da anni si batte per i diritti dei detenuti tossicodipendenti che sono i più fragili e meno tutelati. Quelli che hanno bisogno di maggiore attenzione e di aiuto concreto, di strutture idonee al loro trattamento. Ma sembra che in Campania tutto ciò non sia previsto.

“La morte di Costantino mi ha sconvolta - continua l’avvocato Pierro - Per i tossicodipendenti il carcere non rieduca e non recupera affatto. Costantino voleva andare in comunità, lo stava chiedendo da maggio. Era fiducioso che ci sarebbe riuscito ed eravamo in attesa di trovare una disponibilità in una struttura in Campania. Ma il posto non si trovava. Mi domando: se non ci sono posti nella nostra regione, perché non mandarli fuori? La sanità penitenziaria prevede che un detenuto debba stare in una comunità nella regione di appartenenza, salvo casi eccezionali. Ma in Campania non ci sono posti. Quindi perché non mandarli altrove?”.

L’avvocato racconta di un altro detenuto tossicodipendente, suo assistito, che aveva avuto l’affidamento terapeutico in una struttura. La mattina stessa della sua scarcerazione la comunità aveva avvertito che il posto non c’era più e il suo assistito è tornato in carcere dove sta ancora rinchiuso. “Come Costantino sono tanti i detenuti tossicodipendenti a cui vengono concessi affidamenti in strutture ma che poi restano in carcere sempre perché non c’è posto”.

Ciambriello spiega che Costantino era tossicodipendente da “doppia diagnosi”. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce la Comorbidità o Doppia Diagnosi la “coesistenza nel medesimo individuo di un disturbo dovuto al consumo di sostanze psicoattive ed un altro disturbo psichiatrico”. In che modo il carcere avrebbe potuto rieducarlo? “Voleva andare in comunità - dice Ciambriello - In passato ci era stato e stava meglio. Poi era finito nuovamente in carcere. Aveva anche ingerito una lametta in passato. Faceva laboratori di serigrafia e falegnameria. Ieri nessuno avrebbe sospettato che volesse togliersi la vita”. È morto in carcere, dove era recluso da aprile in custodia cautelare.

“Oggi - continua l’avvocato Pierro - saremmo dovuti comparire davanti al giudice. Avremmo chiesto il giudizio abbreviato e i domiciliari in comunità. Ma comunque non avevamo il posto”. “Ci sono soggetti che non dovrebbero stare in carcere: penso ai tossicodipendenti, ai malati psichiatrici, ai soggetti fragili - continua il Garante regionale dei detenuti - Occorre liberarsi dalla necessità del carcere per queste persone. Il carcere deve essere una estrema ratio. Bisogna incrementare più figure sociali nelle carceri: educatori, psicologi, volontari. Anche più spazi, più telefonate, più liberazione anticipata. Il carcere non può più continuare ad essere una discarica sociale e un ospizio dei poveri”.

Ciambriello e Pierro ricordano che Costantino quando era in carcere a Salerno è stato il testimone di un’altra triste vicenda, la morte di Vittorio Fruttaldo, il detenuto di 35 anni, originario di Aversa stroncato da un malore il 10 maggio scorso, dopo uno scontro fisico con gli agenti di polizia penitenziaria nel carcere di Fuorni. Sul suo corpo, da un primo esame, furono trovati segni di violenza, riconducibili a percosse subite nei giorni precedenti. Come appreso dal Riformista nel tempo emersero dettagli raccapriccianti che smentirono la versione fornita dal sindacato di polizia penitenziaria secondo cui il detenuto, affetto da problemi di natura psichiatrica (circostanza smentita dai referti medici), avrebbe aggredito due agenti con un coltello rudimentale e, nel corso della colluttazione, sarebbe stato stroncato da un malore.

Costantino era uno dei testimoni chiave di quanto accaduto a Fruttaldo, che, secondo quanto appreso dal Riformista, era un detenuto che aveva problemi di tossicodipendenza. Avrebbe finito di scontare la sua pena a ottobre 2022 e anche lui necessitava di una terapia per disintossicarsi. Per il caso saranno fondamentali le testimonianze degli altri detenuti che dovrebbero essere ascoltati dagli investigatori per far luce su quanto accaduto nel carcere di Salerno ed evitare che si ripetano episodi analoghi alla mattanza di Santa Maria Capua Vetere quando, prima delle misure cautelari e delle devastanti immagini che sconvolsero l’opinione pubblica, i detenuti, impauriti di subire ulteriori ripercussioni, derubricavano le percosse subite con l’oramai celebre “sono caduto dalle scale”.