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di Antonella Sarno

avellinotoday.it, 11 febbraio 2026

Nel carcere borbonico si accende il confronto su come ripensare la pena: testimonianze, difficoltà e speranze in un percorso che ricompone. Nella Sala Ciriaco De Mita del Carcere Borbonico di Avellino si è svolto oggi l’incontro pubblico dal titolo “Un altro modo è possibile”. Un titolo semplice, quasi dimesso, che tuttavia pone una domanda centrale: che senso ha la pena oggi e se esista davvero una via capace di ricomporre ciò che il reato ha spezzato. L’iniziativa, promossa dall’associazione Il Lampione della Cantonata, ha riunito rappresentanti delle istituzioni, della magistratura, del mondo educativo e della società civile. Non un convegno di formule, ma un momento di ascolto e confronto sulla giustizia riparativa, concepita come possibilità concreta di responsabilità e di dialogo.

Ad aprire i lavori è stato il presidente della Provincia di Avellino, Rizieri Buonopane, con i saluti istituzionali. Subito dopo è stato proiettato un documentario che raccoglie esperienze maturate dentro e fuori dal carcere: storie di detenuti, di vittime, di operatori. Un racconto asciutto, affidato alla presentazione di Pietro Centomani, responsabile del montaggio, e di Giuseppe Centomani, coordinatore tecnico del Centro di Giustizia Riparativa e di aiuto alle vittime di reato.

Il confronto tra i relatori sulle prospettive della pena - A moderare l’incontro è stata Giovanna Perna, avvocata e presidente dell’associazione promotrice, che ha guidato il dialogo sui nodi più delicati: il futuro della pena, il rapporto tra carcere e comunità, il ruolo delle istituzioni nel dare spazio a percorsi che non si limitino a punire. Sono intervenute figure di primo piano del mondo giuridico, religioso e sociale: il vescovo di Avellino, S.E. Arturo Aiello; Maria Covelli, presidente della Corte d’Appello di Napoli; Francesca Spena, presidente del Tribunale di Avellino; il procuratore facente funzione Francesco Raffaele. Accanto a loro Don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana, e Antonio D’Orta, direttore della Caritas diocesana di Avellino.

Dal sistema penitenziario sono arrivati contributi diretti: Maria Rosaria Casaburo, direttrice della Casa Circondariale di Bellizzi Irpino, e Claudia Nannola, direttrice dell’Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna della Campania. Per l’avvocatura hanno preso la parola Biancamaria D’Agostino, consigliera del Consiglio Nazionale Forense, Fabio Benigni, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Avellino, e Simona Barbone, membro della Giunta dell’Unione delle Camere Penali Italiane. Non sono mancati gli interventi di Sergio D’Elia, segretario dell’associazione Nessuno Tocchi Caino, e di Samuele Ciambriello, garante regionale per le persone private della libertà personale. Voci diverse, accomunate dalla stessa domanda: come conciliare pena, responsabilità e comunità.

Il vescovo Aiello ha parlato con parole misurate, ma incisive: “Questo è un percorso alternativo, nel senso di pensare il carcere in maniera diversa e anche il rapporto con chi si è reso autore di gesti che hanno leso la vita o comunque altre persone. Si tratta di mettersi in contatto con chi è stato privato di un affetto, creando un dialogo”. Ha aggiunto un punto essenziale: “Ovviamente non si tratta di imporre il perdono: è una scelta personale, ed è una scelta difficile. Si tratta piuttosto di aiutare sia il detenuto sia chi è stato oggetto di una violenza a rielaborare in maniera diversa il proprio dolore, guardando avanti. Altrimenti si rischia di restare incapsulati dentro un’ingiustizia, senza possibilità di uscita”.

Sul carcere di Avellino si è soffermato Carlo Berdini, provveditore dell’Amministrazione Penitenziaria campana, illustrando il senso del docufilm e il coinvolgimento dei detenuti: “La giustizia riparativa costituisce un aspetto fondamentale per la riparazione della frattura che si è creata tra autore del reato e vittima. Su questo aspetto sono stati coinvolti anche i detenuti ristretti ad Avellino”.

Ha quindi offerto uno sguardo concreto sulla situazione della struttura: “C’è stato un impegno forte del Dipartimento, che è intervenuto massicciamente sia in termini di personale, per cercare di sanare una situazione che era un po’ critica. La situazione mi sembra in miglioramento, però è chiaro che richiede un’attenzione molto importante”.

Ha poi parlato delle criticità idriche e sanitarie, della collaborazione con l’Alto Calore e con l’ASL di Avellino: “La salute costituisce un bene primario per il cittadino libero, figuriamoci per una persona detenuta”. Ha infine richiamato il tema della sicurezza e del supporto al personale, fino al valore dei protocolli con la magistratura: “È essenziale che le amministrazioni dialoghino”.

La testimonianza dei detenuti: la speranza di ricostruire - Il momento più intenso è arrivato con le parole dei detenuti. Giuseppe, uno di loro, ha raccontato senza enfasi la propria scoperta: “Questa giustizia riparativa io non la conoscevo e, dopo oltre dieci anni di detenzione, ho scoperto questa speranza”. Ha aggiunto: “Mi dà la possibilità di riparare agli errori che ho fatto”.

Ha parlato della fatica quotidiana e del desiderio di ricostruire legami: “Spero di poter ricostruire un rapporto con le mie figlie, con la mia ex moglie, di trovare la pace e di riparare ciò che ho rotto”. E della vita in carcere: “È lunga, un po’ come la descrive “A livella” di Totò. L’essenza è sempre la stessa, però alcune cose cambiano”. Piccoli gesti, lavori fatti con le mani, incontri settimanali: “È un percorso di rielaborazione”.

Sul possibile incontro con le vittime è stato prudente, ma sincero: “Io vorrei che arrivasse fino in fondo. È da tre anni che partecipo a questo percorso, ma a volte va avanti, a volte si ferma”. Intanto cerca di essere, come dice lui, “un modello positivo”, tra lavoro, calcio e teatro. Ha ricordato anche un ruolo da protagonista in Pirandello. Ma quando parla di ciò che conta davvero, non ha dubbi: “Le mie figlie, una famiglia”. La sua testimonianza non assolve né cancella il passato. Racconta però che il cambiamento è una possibilità fragile e faticosa, che passa dalla responsabilità e dall’ascolto.

Un messaggio sobrio: la giustizia riparativa come percorso umano - L’incontro di Avellino lascia un messaggio sobrio: la giustizia riparativa non è una scorciatoia, ma un percorso lungo. Chiede tempo, istituzioni presenti, persone disposte a mettersi in gioco. In un sistema penale spesso schiacciato sulla punizione, prova a riaprire uno spazio umano. Non promette miracoli, ma indica, con discrezione, che un altro modo è possibile.