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di Salvatore Saggiomo

artestv.it, 12 novembre 2025

Il grido d’allarme lanciato dal Garante dei detenuti si leva con una forza che non può essere ignorata: definire “barbaro” e “disumano” il fatto che bambini vivano dentro le sezioni detentive non è retorica ma constatazione di una situazione concreta e numericamente documentata, oggi in Italia con decine di minori costretti a crescere in un contesto che ne compromette sviluppo, salute e diritti fondamentali.

Secondo il reportage locale che ha ricostruito la situazione nella nostra regione, sono ventotto le madri e ventisei i figli coinvolti, con casi specifici denunciati in strutture come l’Istituto a custodia attenuata di Lauro dove si segnalano anche donne in stato di gravidanza prive di una presenza ginecologica stabile; la fotografia sul campo parla di maternità che si consumano in celle adattate male a lettini e culle, e di una rete di intervento sociale spesso insufficiente a garantire la continuità affettiva e la tutela della salute dei neonati e dei bambini.

La problematica non è nuova: la voce dei garanti nazionali e territoriali si è già levata in altre occasioni ricordando che i bambini “sono senza colpe” e che la legge e le prassi devono agire in loro favore; appellandosi al principio costituzionale della funzione rieducativa della pena, gli osservatori sottolineano come il permanere di minori in carcere rappresenti un’anomalia civile e un fallimento delle politiche pubbliche.

Sul piano giuridico e di policy, studi e monitoraggi effettuati da organismi indipendenti - ivi compresi report istituzionali e del terzo settore - mostrano che esistono linee guida e percorsi alternativi che dovrebbero essere privilegiati: casette protette, misure alternative, programmi di sostegno alla genitorialità e percorsi scolastici e sanitari costruiti fuori dalle celle ma vicini all’affetto materno; un recente report di monitoraggio sui figli di persone detenute fornisce indicazioni e raccomandazioni precise sui diritti dei minori e sulle pratiche da promuovere per evitare l’isolamento sociale e lo stigma che derivano dalla detenzione.

Dal punto di vista numerico e delle tendenze, la preoccupazione dei garanti cresce in un quadro in cui, più in generale, la popolazione carceraria e i numeri relativi ai minori e ai giovani sottoposti a misure restrittive hanno registrato incrementi negli ultimi periodi: queste tendenze evidenziano come politiche di sicurezza che enfatizzano il carcere piuttosto che le misure alternative aumentino il rischio che anche soggetti fragili - e i loro figli - vengano inglobati in circuiti che dovrebbero essere invece finalizzati alla cura e al reinserimento.

Le condizioni materiali segnalate nelle ispezioni - celle adibite a dormitori con lettini improvvisati, scarsità di servizi pediatrici o ginecologici costanti, mancanza di spazi gioco adeguati e di personale formato per l’assistenza ai minori - rendono evidente la distanza tra l’ordinamento giuridico che tutela l’infanzia e la pratica quotidiana delle strutture, con l’effetto che la marginalità e la povertà si trasmettono alle nuove generazioni in un circolo vizioso dove la pena ricade anche su chi non ha commesso reato.

Di fronte a questi fatti, il Garante chiede interventi immediati e strutturali: la predisposizione di percorsi di uscita per le madri e i loro figli verso soluzioni abitative protette, il rafforzamento delle équipe multidisciplinari (assistenti sociali, pediatri, psicologi), l’attivazione di protocolli sanitari specifici per le gravidanze e i primi anni di vita, e la promozione di misure alternative alla detenzione per chi è genitore di minori in età precoce; inoltre, viene chiesto alle istituzioni territoriali e centrali di rivedere norme e prassi che - in nome del contrasto alla criminalità - finiscono col produrre effetti lesivi per diritti fondamentali e per il benessere dei bambini.

Le testimonianze raccolte dagli operatori e dagli stessi garanti raccontano di bambini che passano le giornate in corridoi e cortili angusti, di madri che devono conciliare regole carcerarie e bisogni educativi, e di famiglie frammentate che a volte vedono nell’accoglienza in istituti alternativi l’unica possibilità di interrompere il ciclo di devianza intergenerazionale; sotto questo profilo la denuncia non è moralismo, ma richiesta di risposte efficaci e integrate che sappiano rompere la catena della povertà educativa e dell’emarginazione.

Le organizzazioni della società civile, le associazioni per i diritti dell’infanzia e i movimenti per la giustizia hanno rilanciato l’appello, chiedendo una calendarizzazione urgente di provvedimenti legislativi e un piano nazionale che metta in rete Regioni, servizi sociali, tribunali per i minorenni e terzo settore per programmare soluzioni non detentive.

In chiusura, la denuncia del Garante è un monito che va oltre la cronaca: è un banco di prova per la nostra comunità costituzionale e per la sensibilità democratica del Paese; se la civiltà di una società si misura anche dai suoi più fragili, non possiamo permettere che la risposta pubblica alla delinquenza passi attraverso il sacrificio dell’infanzia. La politica risponda con prontezza e umanità, trasformando il dissenso in politiche concrete che tolgano i bambini dalle celle e restituiscano loro il diritto inalienabile a un’infanzia serena e protetta.