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di Vinicio Marchetti

avellinotoday.it, 19 agosto 2025

Intervista all’avvocato Costantino Cardiello sulla drammatica vicenda di Paolo Piccolo, 26 anni, 24 chili, detenuto intrappolato tra l’ospedale e l’indifferenza delle istituzioni. È tornato al punto di partenza. Ancora. Un cerchio di ferro, di silenzi, di rimpalli, che stringe un corpo più fragile della dignità che gli viene negata. Paolo Piccolo. Ventisei anni. Ventiquattro chili. Ricoverato di nuovo al Moscati di Avellino. Non per scelta, non per progresso clinico, ma perché non c’era posto altrove. La struttura che doveva accoglierlo, che doveva essere salvezza, si è rivelata un’illusione.

Tre giorni. Tre giorni sono bastati al Don Gnocchi di Sant’Angelo dei Lombardi per trasformare la speranza in frustrazione. La degenza promessa si è interrotta bruscamente. Il quadro clinico di Paolo è peggiorato. Necessario un nuovo ricovero in terapia intensiva. Il suo avvocato, Costantino Cardiello, parla con lucidità feroce: “Non ci sono novità. O meglio, le uniche novità sono l’assenza di novità. Siamo in stallo. Le strutture? Tutte dicono: non c’è posto. Se fosse davvero così, la coscienza di chi deve intervenire potrebbe stare tranquilla. Ma non abbiamo strumenti. Siamo disarmati. Temo che tutti stiano aspettando la soluzione definitiva… che Paolo muoia”.

Un limbo senza fine - “E adesso? Paolo? Sempre la stessa situazione. Leggermente peggiorata. Ancora bloccato al Moscati. L’ultima speranza, Telese Terme… nulla. Tutto fermo. La fragilità di Paolo è estrema. Non posso credere che in Italia non esista un posto adatto. Non so perché non ci siano soluzioni”.

La realtà è crudele ed evidente: un detenuto può essere lasciato morire - “No. Non voglio nemmeno pensarci. In teoria i diritti dovrebbero essere uguali. Nella realtà, un cittadino non detenuto sarebbe già altrove. La soluzione dovrebbe esistere. Ma non esiste. Due mesi di tempo e si poteva ancora recuperare la situazione. Note inviate a Milano, a Roma. Coordinamento assente. Nulla. Restare in attesa significa attendere l’impossibile. Nessun margine, nessuna via d’uscita concreta”. E allora? Restiamo a guardare. Con il cuore che sanguina e le mani legate. Paolo Piccolo non è intrappolato solo a Contrada Amoretta: è intrappolato in un Paese che promette cure e tutele ma sa solo erigere muri di burocrazia e indifferenza. Ventiquattro chili. Ventisei anni. Una vita compressa, soffocata, ridotta a numeri, protocolli, carte timbrate. E noi? Continuiamo a girare lo sguardo altrove, come se il dramma di un uomo fosse meno urgente perché in un letto d’ospedale o dietro sbarre invisibili. Ma la verità è questa: è una vergogna nazionale. E chi ha il potere di cambiare le cose tace, o peggio, aspetta. Aspetta che tutto si risolva da solo, che Paolo diventi un nome in più, un peso che non sopportiamo, una storia da dimenticare. La coscienza di un Paese si misura da come tratta i suoi figli più fragili, non dai proclami vuoti o dai comunicati ufficiali. Paolo Piccolo ci grida davanti la nostra inettitudine. Dobbiamo rispondere. Ora. Prima che sia troppo tardi.