di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 luglio 2026
Arriva il giorno della verità per Rodriguez: era entrato in carcere con la mandibola fratturata e aveva denunciato i poliziotti. Comincia questa mattina l’autopsia sul corpo di Dennis Antonio Rodriguez Matute, il detenuto di 26 anni trovato morto all’alba di mercoledì nella sua cella del carcere della Dogaia, a Prato. Ed è un esame che dovrà rispondere a una domanda resa ancora più pesante da una coincidenza difficile da ignorare: quello stesso mercoledì, alle tre del pomeriggio, il giovane avrebbe dovuto sedersi davanti ai magistrati della procura di Prato per raccontare le presunte violenze subite dalle forze dell’ordine durante il suo arresto, avvenuto a metà maggio. Non ci è mai arrivato. I suoi due compagni di cella lo hanno trovato disteso sul letto, senza vita, nelle prime ore del mattino.
Hanno dato l’allarme, ma il medico del 118 ha potuto soltanto constatare il decesso. Nel primo referto si parla di un presumibile arresto cardiaco avvenuto durante il sonno. Sul corpo, secondo le prime informazioni, non sarebbero stati riscontrati segni evidenti di violenza, né elementi che facciano pensare a un suicidio o a un’aggressione. I compagni di cella, ascoltati dai pm nel pomeriggio, avrebbero riferito di non essersi accorti di nulla fino alla scoperta del corpo.
La procura guidata da Luca Tescaroli ha aperto un fascicolo ipotizzando il reato di morte come conseguenza di altro reato, previsto dall’articolo 586 del codice penale. Una scelta che dice molto: non un atto dovuto generico, ma un’ipotesi che tiene aperta la possibilità di un collegamento tra il decesso e una condotta illecita di qualcuno. L’autopsia, affiancata dagli esami tossicologici e biologici, dovrà chiarire anche se il giovane abbia assunto sostanze nella serata precedente. Un interrogativo che non nasce dal nulla: la Dogaia è da tempo un carcere dove la droga entra con una facilità sconcertante, come la stessa procura ha ricordato in una nota diffusa dopo la morte del detenuto.
C’è poi un dettaglio che gli investigatori non possono trascurare. Il giorno prima di morire, Matute aveva incontrato il suo nuovo difensore, l’avvocato Simone Valenti, nominato proprio in quelle ore. Al legale il giovane avrebbe raccontato di essere svenuto al mattino per un malore, aggiungendo però di sentirsi meglio. E avrebbe negato di aver assunto droga in carcere. Un malore già il giorno prima, dunque. Qualcuno lo ha visitato? Qualcuno ha valutato se quel ragazzo avesse bisogno di accertamenti? Sono domande a cui l’inchiesta dovrà dare una risposta, perché in un istituto di pena la salute delle persone recluse è nelle mani dello Stato.
La denuncia e la mandibola fratturata - Per capire perché questa morte pesa più di altre bisogna tornare al momento dell’ingresso in carcere. Quando Matute varcò la soglia della Dogaia, i medici gli riscontrarono una frattura alla mandibola. Il giovane spiegò che quella lesione era il risultato delle botte ricevute dalle forze dell’ordine durante le fasi dell’arresto. La circostanza venne trasmessa alla magistratura, come prevede la legge, e la procura avviò gli accertamenti. L’audizione fissata per mercoledì era il passaggio in cui il 26enne avrebbe dovuto mettere a verbale la sua versione. Quella versione ora non potrà più essere raccolta dalla sua voce. L’inchiesta sulle presunte violenze, va detto, non muore con lui: le lesioni restano documentate dai referti medici e gli accertamenti proseguono. Ma è evidente che la scomparsa del denunciante, poche ore prima di essere sentito, rende tutto più complicato e alimenta interrogativi che solo un lavoro investigativo rigoroso potrà sciogliere.
Matute era finito in custodia cautelare per l’aggressione della notte tra l’11 e il 12 maggio in piazza Mercatale, nel cuore di Prato. Quella notte Iacopo Cerbai, cameriere di 23 anni del ristorante Casa Targi, venne colpito al cuore da una coltellata mentre cercava di difendere la titolare del locale da un tentativo di rapina. Andò in arresto cardiaco, fu rianimato dal 118 e salvato dai chirurghi. Un fatto gravissimo, che scosse la città.
Ma c’è un elemento che va ricordato con precisione: secondo la ricostruzione della stessa procura, basata sulle immagini delle telecamere, a sferrare la coltellata sarebbe stato il complice minorenne, un pratese di 16 anni detenuto in un istituto per minori. Matute, secondo l’accusa, avrebbe simulato di avere una pistola sotto la giacca. Rispondeva in concorso di tentato omicidio, tentata rapina e resistenza, ma non sarebbe stato lui a usare il coltello. Era un ragazzo cresciuto a Prato, figlio di due badanti honduregni residenti in città da oltre quindici anni, una famiglia descritta come ben integrata. I due vennero rintracciati e arrestati pochi minuti dopo l’aggressione, grazie alla segnalazione di un passante. Ed è proprio in quei minuti che, secondo la denuncia del giovane, sarebbe maturata la frattura alla mandibola.
Un carcere al collasso, tra caldo, droga e arrivi da Sollicciano - La morte di Matute non avviene in un istituto qualunque. La Dogaia è il carcere più popolato della Toscana: la relazione della garante comunale Margherita Michelini parla di circa 640 detenuti, con gli stranieri che sfiorano il 60 per cento, e di carenze di organico che riguardano tutti, dagli agenti agli educatori, dagli psicologi al personale sanitario. In questi giorni, poi, le celle sono roventi per il caldo, anche se il 26enne si trovava ai piani bassi, meno esposti dal sole. E sulla struttura pesano gli arrivi dei detenuti trasferiti da Sollicciano, dopo che il tribunale di Firenze ha messo sotto sequestro sette sezioni del carcere fiorentino per le condizioni igienico-sanitarie giudicate incompatibili con la dignità delle persone. La stessa procura di Prato, nella nota diffusa mercoledì, ha ricordato i numeri di un istituto permeabile a tutto: dal 31 marzo sono stati individuati 24 telefoni cellulari e sequestrati 825 grammi di hashish e 91 di cocaina, sostanze che entrano anche con frecce, fionde e droni. Domenica 28 giugno, nella quarta sezione, un detenuto nascondeva un panetto di hashish, cocaina e due cellulari. Il procuratore Tescaroli ha parlato di un “fenomeno criminale pulviscolare” che si protrae da tempo, nonostante le due maxi perquisizioni effettuate nel giugno e nel novembre del 2025.
In questo quadro le parole del garante regionale dei detenuti Giuseppe Fanfani suonano come un atto d’accusa: “Una vera e propria mattanza, indegna di un Paese civile”. Il riferimento è anche alla morte, lunedì scorso, del 75enne recluso a Sollicciano nonostante un ictus pregresso e condizioni di salute gravissime: è deceduto in ospedale dopo poco più di dieci giorni di detenzione. Due morti in una settimana, nella stessa regione. I deputati del Pd Christian Di Sanzo e Marco Furfaro hanno fissato il punto che nessuna autopsia potrà spostare: “Qualunque sia la causa accertata, un principio resta fermo. Lo Stato ne aveva la custodia e aveva il dovere di tutelarne la salute e quindi la vita”. Da oggi i periti cominceranno a cercare la verità sul corpo di un ragazzo di 26 anni. Ma le verità attese sono due: come è morto Rodriguez Matute e cosa gli accadde davvero la notte del suo arresto. Sarebbe stato lui a raccontarlo, mercoledì pomeriggio. Adesso toccherà ai documenti, ai referti e ai magistrati parlare al posto suo.










