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di Ezio Menzione*


Il Dubbio, 27 gennaio 2021

 

In Azerbaijan il diritto di difesa è considerato assai poco. Anzi, in certi casi, è addirittura una faccenda pericolosa. Basta andare a Baku e cominciare a muoversi fra un piccolo centro antico un po' troppo restaurato e un centro nuovo ipermoderno con edifici costosissimi e griffati da archistar, fra le ville e i boulevard inizio '900 (il primo boom del petrolio) e i molti quartieri, chiari e dignitosi anche se non lussuosi costruiti dagli anni 90 ad oggi e proprio lì, ormai defilati e quasi sottratti alla vista, si trovano gli edifici popolari dell'epoca dei soviet, venuti su dagli anni ' 30 fino agli anni ' 70. Palazzoni senza forma, intensamente grigi, che già dall'esterno lasciano capire le ristrettezze e le tristezze di una vita lì dentro.

Ecco, proprio quei palazzi danno l'idea di quanto fosse considerata negli anni sovietici ogni umana aspirazione alla libertà e alla felicità. Sarebbe però legittimo pensare che crollato il regime sovietico e riacquistata la propria indipendenza nel 1991 l'Azerbaijan si fosse slanciato in avanti sul tema dei diritti, considerato anche che un certo diffuso benessere il petrolio e il gas lo hanno portato a tutti, almeno nella capitale, dove infatti sono affluiti a centinaia di migliaia i montanari caucasici. Ma non è stato così.

La democrazia non è cresciuta nemmeno quanto il reddito pro capite. Ma riflettiamoci: la democrazia, oltre ad una forma di governo, è una forma mentale che si deve man mano impiantare nelle teste dei cittadini e non è un'impresa facile. La democrazia è faccenda difficile. Nell'Azerbaijan indipendente questo faticoso processo non è stato per niente aiutato dalle scelte di una politica che ha visto al potere ininterrottamente prima Aleijev padre e poi Aleijev figlio (nonché sua moglie, vicepresidente, ma per molti il vero capo dello Stato).

Il nuovo ordinamento sociale e politico sembra, per molti versi, la continuazione del sistema vigente durante l'era sovietica. Un esecutivo all'epoca lontanissimo, oggi vicino, ma ugualmente accentratore, che coltiva alcuni diritti sociali, ma nessun diritto umano, del singolo. E ciò per decadi e decadi, generazione dopo generazione: così la democrazia e i diritti non possono affermarsi.

Che la costruzione dello Stato di diritto sia faccenda complicata lo dimostrano anche i paesi usciti dalla "primavera araba", dove in nessuno stato, eccetto che in Tunisia, si è insediata una forma di compiuta democrazia: non in Egitto, non in Siria, men che meno in Libia. La Tunisia è lì a dimostrare che un cammino verso la democrazia sarebbe stato possibile, ma che esso è molto difficile.

Così tutta la fascia torno alla nostra Europa occidentale attesta che il deficit di riconoscimento dei diritti umani è ben difficile da superare. Lasciamo stare i paesi arabi e proviamo a prendere come parametro per misurare il rispetto dei diritti umani il contenzioso che approda alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. Muovendoci fra i dati relativi al 2019 (quelli del 2020 non sono stati ancora elaborati) vediamo che ben il 64,2% del contenzioso proviene dalle repubbliche ex sovietiche, e fra queste spicca la Russia con il 22,7%.

L'Azerbaijan incide con il 3,3%. Abbastanza ma non poi così grave, si dirà, considerato che l'Italia (prima fra i paesi dell'Europa occidentale quanto a gettito per la Corte Edu) ammonta al 5,5 %. Ma consideriamo che l'Italia ha una popolazione di più di 60 milioni, mentre l'Azerbaijan ha raggiunto appena i 10 milioni. Facile il conto se anche l'Azerbaijan avesse la stessa popolazione dell'Italia.

Si viene così al diritto di difesa, indice e presidio della tutela di ogni altro diritto, e al modo in cui sono trattati gli avvocati. In Azerbaijan ci sono meno di 1.000 avvocati e questo costituisce motivo di debolezza della loro compagine. Per di più è radicata nella prassi e nella mentalità comune, così ci ha detto il collega Ermin Aslanov, l'abitudine di bypassare l'avvocato trovando un accordo diretto col procuratore o addirittura col giudice.

E consideriamo che i magistrati, tutti i magistrati, sono nominati dall'esecutivo. A ciò si aggiunge un punto cruciale: in tutto il paese c'è un solo consiglio dell'ordine nazionale, e, verrebbe da dire, nazionalizzato, tanto è subalterno al potere esecutivo. In questo assetto è facile per il governo colpire quegli avvocati, non molti in verità, che reclamano diritti fondamentali per i propri assistiti o si ergono a difesa dell'opposizione al regime politico.

Per il regime il Consiglio Nazionale Forense azero funziona da strumento sicuramente obbediente. E ciò, nonostante che nel 1999 sia entrata in vigore una nuova legge sulla professione forense. Ma la novità legislativa non è riuscita evidentemente a cambiare la subalternità ordinamentale della professione rispetto al governo.

Non sembra esagerato rinvenire un vago sapore staliniano in questa linea diretta fra il Presidente - il governo - il consiglio nazionale degli avvocati - la repressione contro gli avvocati scomodi. Che vengono colpiti infatti per lo più attraverso provvedimenti disciplinari, che vanno dalla sospensione per uno o più anni, fino alla radiazione.

Spesso alla radiazione consegue anche la confisca dei beni. Talora per essi c'è anche la galera: 7 anni e mezzo inflitti nel 2015 a Intigam Alijev, noto difensore dei diritti umani, con la scusa di reati tributari, di cui la Corte Edu, investita del caso, non ha trovato alcuna traccia. Nello stesso 2015 il Consiglio degli Ordini Forensi Europei lo ha insignito del premio per i diritti umani. Ma è ancora in carcere.

*Osservatore Internazionale Ucpi