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di Guido Neppi Modona*

 

Il Dubbio, 22 ottobre 2020

 

Da alcune settimane le risposte alla pandemia sono purtroppo caratterizzate da un crescente clima di incertezza e di confusione, che ormai coinvolge tutti i protagonisti istituzionali chiamati direttamente in causa, dal Presidente del consiglio dei ministri alle Regioni e ai sindaci. Il Presidente Mattarella aveva tempestivamente colto questo deterioramento e il 10 ottobre aveva rivolto un appello alla solidarietà e alle responsabilità individuali e delle istituzioni per fronteggiare l'ondata autunnale del contagio. Martedì ha avvertito l'esigenza di indirizzare un nuovo forte richiamo alla "collaborazione e al coordinamento", ribadendo che prevalente su tutto "è l'interesse generale di sconfiggere la pandemia", a cui deve esser sacrificato ogni altro interesse, sia esso individuale, collettivo, comunale, regionale o di qualsiasi altra natura. In altre parole, la pandemia può essere validamente contrastata solo se a livello individuale, sociale e istituzionale si affermerà un clima di "responsabilità diffuse".

Sembra invece che ciascuno tenda a muoversi per conto suo, a cominciare dal Presidente del consiglio. Ci si aspetterebbe che chi ricopre la carica di capo del governo diffonda fiducia e, nei limiti del possibile, qualche certezza. Purtroppo dal Presidente del Consiglio riceviamo quotidianamente un profluvio di parole, mentre vorremmo la comunicazione di fatti. Direttamente o attraverso fonti ministeriali siamo martellati da anticipazioni sui contenuti del prossimo o dei prossimi decreti anti-Coronavirus, veniamo a conoscenza che si stanno studiando misure per mettere al bando parrucchieri piuttosto che estetisti, che sono in corso estenuanti discussioni circa l'ora di chiusura di esercizi pubblici quali bar e ristoranti, suscitando evidentemente le indignate proteste delle categorie che si ritengono ingiustamente colpite dai provvedimenti restrittivi.

Nel clima di paura e insicurezza che stiamo vivendo sarebbe più corretto emanare i certamente impopolari ma necessari provvedimenti di contrasto alla pandemia senza sbandierarli e anticiparli a pezzi e bocconi, limitandosi poi a comunicare i contenuti definitivi e a spiegare le ragioni per cui è stato indispensabile assumere quelle misure. A questa discutibile strategia della comunicazione da parte del governo si è affiancata una gran baraonda di provvedimenti regionali e comunali, tra cui ad esempio la chiusura dei centri commerciali durante il week- end. Ricorre con sempre maggior frequenza il termine militaresco "coprifuoco", che i più anziani ricollegano ai tempi della Seconda guerra mondiale e dei bombardamenti sulle città italiane. Si parla di iniziative volte a mettere in isolamento quartieri cittadini, di chiusura di parti di questa o quella Regione, come se la tutela della salute, solennemente proclamata dall'art. 32 della Costituzione quale "fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività", fosse una faccenda locale e non invece una questione che coinvolge l'intera Nazione.

Come se la limitazione di fondamentali diritti di libertà che consegue a questi provvedimenti possa dipendere solo dalla volontà di un presidente di Regione o di un sindaco. Si deve poi tenere presente che ad assumere provvedimenti impopolari saranno chiamati anche sindaci di comuni e presidenti di Regioni ove l'anno prossimo si svolgeranno le elezioni amministrative, cioè soggetti che potrebbero trovarsi in situazioni di contrasto di interessi tra l'immediata esigenza di tutela della salute e i futuri appuntamenti elettorali.

Per evitare questa grande confusione, ed anche le violazioni del principio costituzionale di eguaglianza tra i cittadini dei diversi comuni e regioni, una Commissione governativa istituita presso la presidenza del consiglio dovrebbe assumersi il compito - puntualmente segnalato dal Presidente Mattarella - di "collaborazione, coordinamento e raccordo positivo" tra le varie iniziative e attività di contrasto alla pandemia. Della commissione, presieduta dal Presidente del Consiglio, dovrebbero necessariamente fare parte esponenti del Comitato tecnico scientifico per il Coronavirus e dell'Istituto superiore della sanità, nonché rappresentanti dei ministeri di volta in volta interessati. La Commissione verrebbe chiamata a esaminare e valutare le iniziative nazionali e locali di contrasto alla pandemia, verificandone la conformità all'interesse nazionale della tutela della salute e la proporzionalità- adeguatezza a fronte delle limitazioni ai diritti costituzionali di libertà che quelle misure necessariamente comportano.

Penso che l'esistenza e il funzionamento di un organo di questo genere potrebbe restituire un po' di fiducia e tranquillità a una popolazione che ormai quotidianamente vede sacrificata o comunque limitata la propria libertà, a partire dai diritti di circolazione e di riunione in qualsiasi parte del territorio nazionale. Sino ai durissimi mesi di isolamento nella propria abitazione, che ha violato il diritto alla "socializzazione", non scritto nella Costituzione ma profondamente radicato nell'esistenza e nella coscienza di ciascuno di noi.

*Professore, ex giudice costituzionale