di Andrea Galli
Corriere della Sera, 25 settembre 2025
I furti di figurine e biscotti da bambini, il carcere Beccaria, la caccia ai riflettori. Il trapper è stato arrestato la prima volta a 17 anni nel 2008, il bandito della Comasina a 15 anni nel 1965. La voglia di stare al centro dell’attenzione e quella difesa a oltranza dei complici: “Tradire mai”. L’uno smilzo e svelto, l’altro smilzo e svelto. Quantomeno a quindici e diciassette anni, l’età del primo accesso nel carcere minorile Beccaria che allora come oggi, ovvero l’anno 1965 per Renato Vallanzasca e l’anno 2018 per Zaccaria Mouhib alias Baby Gang, versava in condizioni pessime, posto sempre ai margini non soltanto geografici di Milano, una volta i “terroncelli” come ospiti (di quello che era il riformatorio e non l’attuale struttura, ma di fatto poco cambia) e adesso i “maranza”, una volta, quale provenienza, le periferie cittadine e adesso la sorta di grande geografia suburbana essa includendo le terre dei pendolari prossime alla metropoli fra treni, passanti, metrò, tangenziali, bretelle, pedemontane, autostrade; una volta l’emigrazione e adesso pure.
Ma si parlava del Beccaria, ed ecco, la storia dei quarantadue indagati cominciando dai trenta agenti della polizia penitenziaria per pestaggi e torture proprio contro i giovani detenuti, da par loro autori di ripetute rivolte ed evasioni nonché di quotidiane provocazioni anche servendosi delle proprie feci come armi di lancio, certo non risale a quella stagione là: essa è inquietante racconto di questi ultimi mesi.
Renato Vallanzasca è stato il bandito fra i banditi e insieme anche un assassino ferale e seriale; oggi è ricoverato in una residenza per anziani a causa d’una malattia neuro-degenerativa che procede veloce, molto veloce; classe 1950 e pertanto 75enne, ha posseduto un’indubbia attrattiva esercitata nolente anzi più spesso volente sulla stampa e di conseguenza è stato eletto a simbolo, con quello stonato soprannome amato dalla medesima stampa, pigra e non creativa, di bel René, che difatti noialtri non utilizzeremo; eletto a figura di moda, Vallanzasca, a strumento per spingere le carriere.
Suvvia i reati son reati, senza dubbio e ci mancherebbe il contrario, le condotte recidive innescano per forza punizioni maggiori rispetto alle condotte degli incensurati, nel suo caso specifico di assassino poi figurarsi, stiamo enunciando concetti banali, avete ragione, e però, epperò come avvenuto con Vallanzasca e come sta avvenendo con Baby Gang, l’arresto ha avuto e ha il titolo assicurato sui giornali e in televisione, la pubblicità garantita, insomma i benefici professionali per ampie e trasversali categorie sono stati (e sono) pressoché scontati.
Dinamiche classiche dell’essere umano ed esercizio stolto financo offensivo quello di stupirsene fingendosi poveri ingenui; dopodiché conversando con carabinieri e poliziotti in seguito a quest’ennesima cattura di Zaccaria, legata a vicende di armi, dello stesso ragazzo, classe 2001 e pertanto 24enne, bisogna registrare, senza che per carità possa apparire un’equivalenza - se non altro il ragazzo non ha mai ucciso -, comunque una serie non scontata di punti in comune con Vallanzasca nella stagione, dei due, di debutto e crescita criminale, che è il centro di quest’articolo; nessuna intenzione di speculare, d’esagerare, di forzare. L’infanzia, l’adolescenza. Renato & Zaccaria. Progressione della devianza.
Da via Porpora alla favela di Casablanca - Allontanarsi da scuola - la scuola elementare - e presto finire per non frequentarla; non rientrare a casa la sera; andarsene anche lontano e mettersi a dormire dove capita, con chi capita: sono alcuni degli elementi del disturbo della condotta, una delle prime manifestazioni d’un comportamento sovente anticipatore di successive esistenze da delinquenti.
Ebbene Vallanzasca s’allontanava dal palazzo di via Porpora, residenza della madre Marie Vallanzasca, unitasi a Osvaldo Pistoia (il padre di Renato) che aveva una famiglia, la prima famiglia, nella periferia opposta di Milano, al Giambellino, e vagava per la città sui tram e a piedi, vagava per l’hinterland in sella alle motorette, e altresì Baby Gang, figlio d’una coppia di marocchini emigrati in Lombardia, a Lecco e nella provincia di Sondrio, quando era anch’egli alle elementari preferiva disertare. E sparire.
Vallanzasca smisero presto di cercarlo sia Marie sia, ancor di più, Osvaldo, uomo non baciato dalla voglia di lavorare, mezzo truffatore, per nulla affidabile; quanto a Zaccaria, suo papà se n’era già andato via da anni, tornando in Marocco per avviare nuove relazioni e avere nuovi figli, e la madre, rimasta in Italia, una volta, stanca, spedì il figlio da quell’altro, in Nordafrica, manco fosse un pacco, e quell’altro, che tutto voleva tranne che star dietro a Zaccaria, in sostanza fare il genitore, lo lasciò per i fatti suoi nella favela di Casablanca, all’epoca vero fortino brutto e pericoloso, sconcio e conciato, fin quando il piccolo implorò la mamma di venirlo a prendere, e soprattutto ella si scosse a pietà, vivaddio, miracolo.
Cattive compagnie - Han detto gli psichiatri e gli assistenti sociali che nel tempo hanno incontrato e osservato Baby Gang in carcere e nelle comunità, pareti relativi, non vincolanti, ma pareti di esperti: “Zaccaria è prigioniero del proprio personaggio”. Al che sovviene per forza una delle frasi culto di Vallanzasca, “io sono nato ladro”, mica un mestiere qualunque, macché, ladro, ladro, ladro, ladro per investitura divina, disegno universale, ladro per decisione della natura. Baggianate, chiaro; c’era in lui una tendenza alla ricerca della ribalta, della smargiassata, delle bravate, delle spacconerie, degli atti illeciti, forse più con l’obiettivo d’esser notato dai grandi, e insieme, poiché nelle scorribande non agiva da solo bensì con gli amichetti di quartiere, sempre teso a cogliere il consenso dei suoi pari.
Se c’era da prendersi un rischio per una spedizione ideata per rubare, come successe, a bordo d’una macchina parcheggiata, il giovane Vallanzasca si sceglieva da solo, andava per primo, felice che quei coetanei fungessero, oltreché da pali, da pubblico. E quand’anche le cose mal finivano, per Vallanzasca e soci, con l’arrivo di carabinieri e poliziotti, le indagini, l’individuazione, l’accompagnamento in caserme e commissariati, il bandito che fu ebbe fin dai primordi un atteggiamento a suo modo virtuoso oppure di nuovo criminale, dipende dai punti di vista, dal considerare o meno l’“etica” di un delinquente: egli non menzionava mai i complici, convinto di dover aderire, a oltranza, al tacito giuramento di non tradire, o meglio di non collaborare con le guardie. E Zaccaria Mouhib Baby Gang? Leale. Leale col suo clan (come da vocabolario, “clan deriva dal gaelico antico clann, cioè famiglia, discendenza, figli”). Leale, così almeno dicono. Ma forse è un prigioniero. Dello stesso clan(n).
Le parole di un prete - In quel suo debutto nel carcere minorile del Beccaria, Baby Gang era una figura non ignota: arrivava da dieci comunità dicasi dieci, così giovane e così già vagabondo, pellegrino, fuggiasco, inquieto, i primi furti al supermercato di prodotti da mangiare, panini, pietanze, biscotti (il debutto di Vallanzasca era avvenuto nelle edicole, che all’epoca ancora esistevano, tempi gloriosi e belli, gli italiani leggevano: rubava le figurine e i giornalini di fumetti).
Chi gli vuol bene - ma bene sul serio, e son pochi, pochissimi, pressoché in estinzione -, come don Claudio Burgio, il cappellano dello stesso penitenziario e fondatore di una delle comunità dove ha sostato Zaccaria, di recente ha detto al Corriere cose interessanti. Eccole: Baby Gang non si sente posseduto dalla sacra arte della musica, casomai è finito dentro al sistema quando ne avrebbe fatto volentieri a meno, Baby Gang nient’affatto ambisce a essere un divo acclamato dai fan per le sue canzoni, Baby Gang si porta addosso fin da quand’era bimbo tanta rabbia e tanti temi mai sputati fuori, tanti nodi non sciolti, tanta sofferenza subìta, Baby Gang si crede paladino dell’intera generazione delle ragazze e dei ragazzi di seconda e terza generazione figli di migranti, la vera aspirazione di Baby Gang è quella di fare il regista di film e documentari raccontando la gente, facendola parlare, spiegando quanto siano ancora discriminati, quanti i pregiudizi. Ma poi, comunque, c’è dell’altro. Per Zaccaria come per Vallanzasca. Entrambi bambini trascurati e poveri, d’accordo, ma né più né meno di cento, mille altri che al contrario non hanno sconfinato nell’illegalità e per Vallanzasca nello scegliere di toglier la vita al prossimo; entrambi adolescenti in sofferenza e ribelli, anti-sistema, ma grazie, quale adolescente non lo è?
Il verdetto dei giudici - Non si esageri con le giustificazioni, ripetono carabinieri e poliziotti e magistrati parlando di Baby Gang e quelli come lui, e sono le stesse parole, ci riferiscono colleghi anziani, veicolate quando Vallanzasca iniziava a fare il fenomeno. “Non si è ravveduto” han detto nel tempo sul bandito i giudici chiamati a decidere se concedere o meno benefici vari alternativi alla detenzione pura e perenne.
Sfida sempre, una sfida continua. Facendosi del male. Scegliendo sé stessi un’aggiuntiva formula, parallela alla stessa ripetuta e prolungata detenzione, per pagare dazio. Per espiare? Per sentirsi ancor più personaggi? Per permanere, nonostante tutto, come rivalsa, al centro dell’attenzione? Prendete Baby Gang. Quest’ultimo suo arresto. Il passaggio era stretto ma comunque c’era, per evitare d’approdare a San Vittore (domicilio per anni di Vallanzasca che organizzò pure una clamorosa evasione in combutta coi brigatisti).
Attesa dunque per la convalida e la difesa di Zaccaria in merito a quella pistola trovata dalla polizia. Di versioni, siamo sinceri, potevano essercene in abbondanza. Un minimo di strategia, un tentativo per intavolare un colloquio con il giudice. Macché. Alla domanda sul perché di quell’arma portata sempre appresso, la risposta: “Per difendermi in caso di rapine avendo al collo una collana da duecentomila euro”. Di conseguenza: galera e tanti saluti. Non esistono cause perse, mai, ci ripete un’operatrice di quelle vere perché cresciute nella sofferenza piena, piena per davvero, disgraziata, straziante.











