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di Marco Bracconi

La Repubblica, 1 ottobre 2024

Da quando è ragazzino entra ed esce da comunità e carceri. Storie da rap. Ora che i conti con la giustizia sono, forse, in pari, le porta in tour. Ma c’è un problema: “Gli adulti. Li vivo come un nemico”. “Qualunque cosa accada, sarò sempre libero di essere ciò che sono”. È una frase impegnativa per un ragazzo di ventitré anni, anche se si chiama Baby Gang, il rapper italiano più ascoltato in Europa e il più immortalato - finora - dalle cronache giudiziarie. L’avverbio è d’obbligo perché Zaccaria Mouhib, italiano di origine marocchina, 31 dischi d’oro e platino nel borsello e due miliardi di streaming, adesso è un uomo libero. A parte un processo per assembramento durante il lockdown, con la giustizia i conti sono in pari e forse è la prima volta che gli succede da quando aveva dodici anni e già viveva ‘mmiez ‘a via, in fuga da una comunità o l’altra, accompagnato “ai negri africani mica quelli americani”, come canta nel feat di Paradiso artificale di Tedua. “Io ci sono cresciuto assieme a loro, per questo sono l’unico bianco che può permettersi di chiamarli così”, dice guardando il manager Marilson, cittadinanza italiana e pelle scura come il carbone.

Siamo in uno studio della Warner nel centro di Milano, lontani dalle popolari di Lecco City e dai tempi in cui Baby era un baby randagio, dormiva sui tram o dove capitava, magari nella branda di un carcere minorile. Ma a pensarci bene era solo ieri. Tra strada, microcriminalità, processi e galera, lo spazio vitale di Zaccaria è stato per tutti questi anni il prodotto di un perimetro di restrizioni, anche quando era già ricco e famoso. Ora, all’improvviso, l’Europa. Un tour che toccherà Barcellona, Madrid, Zurigo e altre sei capitali, poi il recupero nei palazzetti delle tre date italiane saltate causa andirivieni di legge: Ancona, Milano e Torino il 12, 14 e 21 dicembre.

“Canterò live, finalmente. Lo dico io e spero che il pubblico provi la mia stessa sensazione, quella di una lunga attesa ripagata. Per me questi concerti sono la chiusura del cerchio. Fin qui è stato come allenarmi senza mai poter giocare. Dopo la libertà riconquistata, sento che questo tour mi cambierà la vita”.

Viva la libertà - Si fa presto a dire liberi, però. “Il passato non passa facile, la notte non dormo perché ho la paranoia che vengano a prendermi anche se non ho fatto niente”, poi Zac affonda gli occhioni nella visiera e si strofina i polsi: “Ecco, vedi, lo faccio sempre. Come se cercassi le manette”. A guardare la Lambo con cui è arrivato verrebbe da chiedergli cosa gli manca dell’andazzo di prima, domanda banale che merita la risposta paradossale di uno che la cella se l’è fatta sul serio. “Mi manca la libertà. Per esempio andare in giro senza essere riconosciuto. Tutto questo è irrimediabilmente finito”. La parte oscura di quel passato, quella di errori, furti e casini, è invece viva e vegeta nelle canzoni e nei video che dirige lui stesso, roba gangsta dura e pura, a tratti un po’ paracula ma ci sta, fa parte del codice.

E infatti Zaccaria, a proposito della querelle sull’emulazione dei ragazzini, la pensa come i colleghi: “Racconto quello che ho vissuto e ho visto in strada, senza filtri se non quello della musica. E l’idea che saremmo cattivi esempi è una polemica insensata. Viviamo in un’epoca in cui a dieci anni, sul telefonino, puoi vedere e fare di tutto, e loro se la prendono con i testi dei rapper”. La musica, dunque. E nove date europee che in pochi italiani, oggi, potrebbero permettersi. Merito di un pastiche linguistico che mescola arabo, francese, italiano, napoletano e di una voce che può fare tutto. Rap, trap, reggaeton o urban, Baby Gang ci sta sopra come a casa propria, anche se Rolling Stone, dopo l’ultimo disco L’angelo del male, gli ha rimproverato di essersi circondato di star come Lazza o Sfera e non di ragazzini della street. “Posso permettermi di fare anche ciò che viene definito commerciale. E poi è uno step per ogni artista, rapportarsi con un pubblico più vasto. Non vorrei che questi richiami alla “purezza” nascondessero l’intenzione di voler tenere certe voci ai margini. E comunque in Italia a noi rapper ci capiscono sempre in ritardo”.

Un po’ come fanno i padri, certe volte. “Da adolescente gli dissi che volevo fare il cantante e lui mi ridicolizzò con una risata che non dimenticherò mai”. Anche da lì - ammette - è arrivata la furia che gli ha consentito di trasformare una fede in un risultato concreto. Rapper voleva essere, rapper è diventato. Solo che poi cresci, ti dai una calmata ma con il mondo degli adulti la questione resta aperta. “Sì, il problema sono loro, gli adulti. Li ho sempre vissuti come il nemico. Da questo punto di vista mi sento un eterno minorenne”.

Il rischio della tranquillità - Per me è tutto un inizio, aveva detto prima di cominciare questa chiacchierata. Eppure una parte di Baby parla come se avesse già fatto ogni cosa, per strada e in studio di registrazione. Nell’elenco dei feat dati e ricevuti ci sono tutti, e infatti se gli chiedi con chi sogna di collaborare allarga le braccia: “Ho cantato con quelli che erano i miei idoli, chi dovrei volere di più?”. Tutto è all’inizio ma tantissimo già fatto, insomma, così non è facile interrogare sul domani un giovanotto che sente di avere la vita davanti ma anche dietro le spalle, puer aeternus con le esperienze strong di un quarantenne. Un bel casino da governare.

Zaccaria, in ogni caso, non si vede come Marracash, a 20 anni ragazzaccio della Barona e a 40 targato dal premio Tenco. “Il mio obiettivo è non aver più bisogno, a 30 anni, di fare musica. E non parlo dei soldi. Arriveranno le terze e quarte generazioni, ci saranno altri Baby Gang a cui lasciare la scena. Magari allora passerò ad altri modi di esprimermi, ho un’idea precisa in testa”. La dice, pregando di non scriverla. La pensata è ambiziosa ma attenzione, esce dalla bocca di uno che quando si mette in testa una cosa ci riesce, evidentemente. “Se farò un disco diverso? Parlare di sentimenti non è un tabù, ma ogni cosa in me va piano piano. Finora ho raccontato quello che mi è successo da ragazzino, poi racconterò gli anni dopo. Di sicuro non sarò mai un artista che vivacchia. Non gioco per partecipare”.

Poi, di nuovo, quello strofinamento di polsi e altre paure da conoscere, tipo il rischio di perdere il carburante creativo innescato da una vita malvissuta. “Certo che ci penso, quando hai una storia come la mia, dove degrado e riscatto sono intrecciati, ti preoccupi che la tranquillità possa anche voler dire che è finita. Ma non sarà così”. Intanto meglio pensare al tour, all’etichetta No Parla Tanto con cui fare scuderia e alle parole di Paola Zukar, manager di Fibra e di Marra, che considera il disco “un capolavoro neorealista che dà voce a contesti sociali che rimuoviamo”. A questa voce, ora, non resta che avere un palco e un corpo: “So di aver fatto al contrario, di solito si comincia nei locali e poi arriva il successo, io inizio coi live quando sono già una star. È tutto strano, ma ciò che conta è poter mettere entrambe le scarpe dentro”. Dal 25 ottobre a L’Aquila - la data zero - si fa dunque sul serio. In cerca del pubblico ma anche di una libertà tutta da scrivere e imparare. Per un baby che a sette anni era certo di diventare rapper è un ritorno al futuro, per il ragazzino che a dodici rovistava nei cassonetti e scippava catenine è la prima vera occasione di tenere il passato al posto dove deve stare, non attorno ai polsi ma dentro le canzoni. E forse, un giorno, neppure più in quelle.