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di Paolo Siani

volerelaluna.it, 8 maggio 2026

Lorenzo Marone in “Le madri non dormono mai” descrive molto bene la vita di bambini in carcere con le loro madri, “vite fragili tra altre vite fragili: donne e uomini che passano sulla terra troppo leggeri per lasciare traccia. Intorno, a loro a contenerle, un luogo che non dovrebbe esistere, eppure per qualcuno è perfino meglio di casa”. Sono 25 le vite fragili che oggi vivono in carcere da innocenti. Venticinque bambini innocenti vivono oggi in carcere insieme alle loro madri, è quanto emerge dal recente Report del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale.

Le donne detenute con figli al seguito sono 21; di queste, 10 non sono italiane (45,7%), così come 12 dei 25 bambini (48%). Si tratta di numeri contenuti sul piano quantitativo, ma rilevanti se analizzati alla luce dei diritti dell’infanzia e delle evidenze sullo sviluppo precoce.

Il tema è presente nel dibattito italiano da oltre tre decenni. Già con la legge Gozzini (1986) venivano introdotte prime forme di detenzione domiciliare per tutelare il rapporto madre-figlio. Successivi interventi (1993, 1998) hanno ampliato tali misure, senza tuttavia eliminare la presenza dei minori negli istituti penitenziari. Un primo intervento organico è rappresentato dalla legge n. 40/2001, seguita dalla legge n. 62/2011, che ha istituito gli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam) e rafforzato il ricorso a misure alternative, come le case famiglia protette. Nonostante ciò, il fenomeno non è stato completamente superato. Una proposta di legge parlamentare approvata soltanto in un ramo del Parlamento il 30 maggio 2022 prevedeva che le mamme detenute con bambini fino a sei anni potevano scontare la pena in case famiglie protette, ambiente più idoneo alla vita di un bambino. La stessa Ministra della Giustizia Marta Cartabia aveva dichiarato: “Spero che l’iter della proposta di legge Siani finisca al più presto. Io ho sostenuto questo progetto che è di iniziativa parlamentare con molta convinzione perché credo che in carcere non ci debba rimanere nemmeno un bambino”.

Nel contesto europeo si stima che centinaia di migliaia di minori sperimentino ogni anno la detenzione di un genitore, a conferma della rilevanza del tema nel quadro delle politiche per l’infanzia. Dal punto di vista neurobiologico, i primi mille giorni di vita rappresentano una fase critica per lo sviluppo cerebrale. L’ambiente incide in modo determinante sulla maturazione delle competenze cognitive, emotive e relazionali. Condizioni di deprivazione ambientale e ridotta stimolazione possono interferire con tali processi, con effetti difficilmente reversibili. Il contesto detentivo - anche nelle forme attenuate degli ICAM - presenta caratteristiche strutturalmente distanti dai bisogni evolutivi del bambino. Il Report del Garante definisce questa realtà “una delle situazioni più delicate del sistema penitenziario”, evidenziando la tensione tra esigenze di sicurezza e tutela dei diritti fondamentali del minore. Il nodo centrale resta quello di evitare che l’esecuzione della pena produca effetti indiretti su soggetti terzi privi di responsabilità penale. Le alternative - case famiglia protette e detenzione domiciliare esistono, ma risultano ancora sottoutilizzate.

A oltre vent’anni dai principali interventi normativi, la presenza di bambini in carcere rappresenta una criticità persistente. Il loro superamento richiede un rafforzamento delle misure alternative e una più efficace integrazione tra sistema giudiziario, servizi sociali e politiche per l’infanzia. Il modo in cui vengono tutelati questi bambini costituisce un indicatore sensibile della qualità complessiva del sistema di protezione dell’infanzia e del livello di civiltà giuridica e sociale del Paese. Stiamo cercando di rieducare queste madri, ma al tempo stesso condanniamo i loro figli innocenti a vivere in carcere. Quale futuro possiamo immaginare per loro?