sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Carla Forcolin*

Avvenire, 29 gennaio 2023

Per 16 anni ho fatto volontariato quotidiano accompagnando, attraverso l’associazione di cui ero presidente, “La gabbianella”, i figli delle detenute del carcere femminile della Giudecca di Venezia all’asilo nido (prima della legge 63/11) e alla scuola materna (dopo che fu deciso che i bambini dovevano rimanere con la madre fino a sei anni).

Con questo credo di avere dimostrato che a quei bambini tengo davvero e tutta la mia vita lo dimostra, eppure, ogni qual volta affermo che le case famiglia “protette” non risolveranno davvero la situazione per cui alcuni piccoli crescono in carcere, mi si fa passare per una nemica delle madri detenute, una reazionaria insensibile. Io credo che la gente non voglia capire i veri problemi di questi bambini e delle loro madri.

Credo che giornalisti e politici semplicemente non vogliano che pesi sulla coscienza di tutti la permanenza dei bambini negli istituti di pena. “Fuori i bambini dal carcere” è un ottimo slogan, ma ... intanto, proprio quel filone di pensiero che sembra voler risolvere il problema costruendo case-famiglia in tutta Italia, ha finito per raddoppiare il tempo di questa immorale detenzione, portandola dai tre ai sei anni e inventando gli Icam. Infatti, in teoria ci sono già oggi gli “Istituti a custodia attenuata per madri”: al posto dei nidi annessi agli istituti di pena, ma essi si sono rivelati carceri camuffate e i bambini non sono scemi.

Anche nel 2011 si disse “Mai più bambini in carcere” e il risultato di quella riforma lo abbiamo sotto gli occhi. Oggi i bambini non sono più staccati dalle madri a tre anni, ma a sei, e gli si ruba tutta la prima infanzia: è un vantaggio per loro? Vivere fuori e andare a trovare la madre regolarmente, non sarebbe stato meglio?

Da molti anni sostengo che gli Icam non hanno risolto l’indiretta detenzione dei bimbi, oggi se ne sono accorti tutti. Ecco allora il tentativo di coniugare la vicinanza del bambino con la madre e la sua libertà con le “case protette’: Ma anche qui, se le case famiglia sono “protette”, le madri, su cui pesa il sospetto di poter tentare la fuga, non saranno libere di uscirne e di conseguenza non lo saranno nemmeno i bambini. Altro carcere camuffato. Se invece ne possono uscire, allora la grande attenzione dello Stato deve andare non nel tenere madri e figli in un istituto (gli istituti raramente responsabilizzano i loro ospiti) ma nel preparare il loro futuro, perché nella vita si reintegrino tutti.

Le madri in carcere con i figli ora sono circa una ventina: se costruiamo per loro case- famiglia protette appositamente e non vogliamo allontanarle troppo dai loro familiari, rischiamo di fare strutture per una, due di loro, rischiamo di condannarle all’isolamento, per non parlare dello spreco di pubblico denaro. Piuttosto, immagino delle cure individualizzate, nelle case che già esistono, e un accompagnamento all’autonomia, ad una vita nuova: formazione umana e professionale e poi un lavoro, una casa, la scuola per i bambini.

Ogni situazione va considerata individualmente, utilizzando tutti gli strumenti che la tutela dei minori può offrire. Spesso una donna, che potrebbe accedere agli arresti domiciliari, non ha una casa dove stare: magari viveva in una roulotte o ha perso l’appartamento in affitto. In questi casi, se una casa-famiglia adeguata nel suo territorio manca, la si può anche costruire, ma è sulle cure che bisogna mettere l’accento, non sui mattoni. È più difficile, ma non per questo la cosa va ignorata. Ci vogliono soldi, nella legislatura precedente erano stati stanziati. Se i denari vengono spesi bene, ce la si può fare.

Non posso dimenticare che, ai tempi in cui “le persone illuminate” volevano che i bambini uscissero dal carcere, costruendo gli Istituti a custodia attenuata (Icam), ne fu anche costruito uno a Senorbì, vicino a Cagliari, e non fu mai utilizzato. Nel frattempo, proprio nel 2010, “La gabbianella” smise di ricevere il finanziamento, che il Comune di Venezia le aveva dato fino all’anno precedente, perché l’amministrazione comunale era in difficoltà economiche. Così, per pagare gli accompagnatori, dovette fare autofinanziamento.

Da una parte lo Stato buttava tanti soldi, dall’altra restava a presidio dei bambini il volontariato, abbandonato a se stesso. Certo, avremmo potuto smettere di portare i bambini al nido comunale, ma non ne avevamo cuore, ben sapendo cosa significavano quelle uscite per ciascuno di loro. Queste cose non devono succedere più. Non è affatto facile risolvere il problema di questi bambini, perché ogni bambino ha diritto alla sua mamma, finché è piccolo ma non basta essere madri per avere l’impunità rispetto a qualsiasi reato commesso. La questione esiste in tutti i Paesi del mondo ed è risolta nei modi più diversi.

La risoluzione attuata costruendo le case famiglia protette non è altro che la prosecuzione dell’idea che ha fatto costruire gli Icam: teniamo i figli vicino alle madri fino a sei anni, a costo di farli crescere in luoghi in cui non hanno il padre, gli altri parenti, la libertà di uscire con i compagni, la garanzia di andare a scuola, visto che la scuola dell’infanzia non è obbligatoria, ecc. Ma i bambini, tutti, non sono oggetti di proprietà dei genitori, sono in primo luogo soggetti di diritto, come stabilisce la convenzione di New York.

Per questo, sono persone libere e la loro cura riguarda chi detiene su di essi la responsabilità genitoriale, ma anche il sistema di tutela dei minori in Italia, visto che questi minori sono certamente svantaggiati. Chi deve decidere sulla loro vita, anche durante la detenzione della madre, sono entrambi i genitori, se ci sono, che vanno sostenuti in maniera adeguata.

Non è la direzione del carcere, che però, visto che i bambini sono quanto di più prezioso possiedano le donne “ristrette”, fa fatica a ridimensionare il proprio ruolo. Perderebbe potere ed autorevolezza sulle madri, che ha la responsabilità di “rieducare”.

Questa materia, legata ai diritti umani e alla civiltà di un Paese, va affrontata sulla base di indagini conoscitive serie e alla luce di uno dei principi cardine della Convenzione di New York: attuare il superiore interesse del minore, per permettergli una crescita che non sia pregiudizievole per il suo futuro. Qual è questo superiore interesse? Crescere in famiglia, possibilmente la sua e non stare in carcere o in strutture ad esso simili fino a sei anni. Poi, caso per caso, si deciderà. Non si cresce bene tra mura intrise di dolore.

*Autrice di “Uscire dal carcere a sei anni”; Franco Angeli Editore