di Serena Bellandi
giornalelavoce.it, 21 giugno 2026
Ci sono numeri che non hanno bisogno di essere gridati per fare rumore. Trenta bambini oggi vivono in Italia insieme alle loro madri all’interno di strutture detentive. Trenta bambini che non hanno commesso alcun reato, ma che crescono dietro cancelli, controlli, procedure, orari, rumori e regole pensate per adulti privati della libertà. Trenta bambini che trasformano il carcere in una contraddizione insopportabile: un luogo nato per custodire la pena degli adulti che finisce per segnare anche l’infanzia di chi non deve espiare nulla. A lanciare l’allarme è Aldo Di Giacomo, del sindacato Fsa-Cnpp-Spp, che parla di un dato mai raggiunto negli ultimi anni.
“Mai così tanti”, denuncia, riferendosi ai piccoli presenti con le madri in cella o negli istituti a custodia attenuata. Un anno fa, ricorda il sindacalista, erano circa una dozzina. Oggi sono più del doppio. Il quadro che emerge è durissimo. Il triste primato spetta all’Icam di Lauro, vicino ad Avellino, l’Istituto a custodia attenuata per madri con bambini al seguito, dove si trovano 13 bambini su un totale nazionale di 30. Gli altri sono distribuiti tra diverse strutture: il carcere Lorusso e Cutugno di Torino, San Vittore a Milano, la Giudecca a Venezia e Cagliari.
La parola Icam dovrebbe suggerire un modello meno duro del carcere tradizionale. Custodia attenuata, appunto. Ma il punto, secondo il sindacato, resta un altro: un bambino non dovrebbe crescere in un luogo detentivo. Nemmeno in una struttura attenuata. Nemmeno se colorata, adattata, resa meno traumatica. Perché la privazione della libertà resta privazione della libertà. E perché l’infanzia, soprattutto nei primi anni di vita, ha bisogno di spazi, relazioni, aria, gioco, normalità, non di muri pensati per contenere una pena.
La maggior parte delle donne detenute con figli, secondo quanto riferisce Di Giacomo, è composta da straniere o donne di etnia rom, spesso arrestate per piccoli reati. È qui che il discorso si fa anche politico e sociale. Perché dietro la presenza di madri con bambini in carcere non c’è solo la questione penitenziaria. Ci sono marginalità, povertà, fragilità familiari, assenza di alternative, giustizia penale che incrocia vite già segnate da esclusione.
Di Giacomo punta il dito contro le scelte del governo e, in particolare, contro la modifica sul rinvio della pena. “Il governo ha reso facoltativo il rinvio della pena avendo come obiettivo proprio loro, le quali secondo il governo fanno figli principalmente per non andare in carcere”, afferma il sindacalista. Il riferimento è al decreto sicurezza del 2025, con cui il rinvio della pena per le donne incinte o con bambini di meno di un anno è diventato facoltativo.
Prima, l’idea di fondo era chiara: proteggere l’infanzia, evitare che la pena della madre si riversasse automaticamente sul bambino. Con la nuova impostazione, secondo i critici, aumenta invece il rischio che la valutazione caso per caso si traduca in una maggiore presenza di madri e bambini nelle strutture detentive. E il numero attuale sembra alimentare proprio questa preoccupazione.
Il problema è reso ancora più grave dalla scarsità di alternative. In Italia, ricorda Di Giacomo, esistono soltanto due case famiglia protette, una a Milano e una a Roma. Troppo poche per assorbire situazioni che richiederebbero risposte personalizzate, strutture adeguate, personale formato, percorsi educativi e sociali. Troppo poche per trasformare davvero il principio della tutela dei minori in una prassi diffusa.
Così il sistema continua a oscillare tra due estremi: da una parte il carcere ordinario o le strutture a custodia attenuata, dall’altra un numero insufficiente di soluzioni alternative. In mezzo ci sono i bambini. Sono loro a pagare il prezzo di una riforma mancata, di una rete incompleta, di anni di proposte di legge depositate e mai arrivate a una svolta definitiva.
Il sindacalista ricorda anche un altro dato: la legge di bilancio 2026 avrebbe tagliato di oltre il 60 per cento i fondi per le strutture della giustizia minorile. Una scelta che, letta insieme all’aumento dei bambini presenti con le madri in carcere, assume un peso ancora più pesante. Da un lato crescono i bisogni. Dall’altro si riducono le risorse. E quando le risorse si restringono, a soffrire sono proprio i soggetti meno capaci di difendersi: i bambini, le madri fragili, le famiglie senza rete.
“Trenta bambini oggi non vivono in un luogo qualunque”, sottolinea Di Giacomo. Ed è questa la frase che restituisce il cuore della denuncia. Non vivono in una casa, non vivono in una comunità protetta, non vivono in uno spazio pensato pienamente per loro. Vivono dentro un sistema detentivo. Anche quando quel sistema prova ad attenuare la propria durezza, resta un contesto segnato dalla pena.
La presenza di bambini in carcere con le madri è da anni una delle ferite più evidenti del sistema penitenziario italiano. È un tema che periodicamente torna nel dibattito pubblico, provoca indignazione, produce proposte, mozioni, disegni di legge, appelli. Poi, troppo spesso, si ferma. E intanto i bambini continuano a entrare, crescere, dormire e giocare in ambienti che non dovrebbero appartenere alla loro esperienza di vita. La questione non è semplice. Da un lato c’è l’esigenza dello Stato di eseguire le pene e di intervenire in presenza di reati. Dall’altro c’è il diritto del bambino a non essere separato dalla madre nei primi anni di vita, diritto che va bilanciato con un altro principio fondamentale: non essere costretto a vivere in carcere. È proprio qui che dovrebbero intervenire le case famiglia protette e le strutture alternative, capaci di garantire controllo e legalità senza trasformare l’infanzia in una pena indiretta.
Il punto è che queste strutture, oggi, non bastano. E se non bastano, la scelta rischia di ricadere sempre sugli stessi: i bambini. Non perché qualcuno voglia punirli, ma perché il sistema non offre abbastanza soluzioni. E una pena che si trasmette ai figli, anche solo come ambiente di vita, è una sconfitta dello Stato.
Per Di Giacomo, è necessario accelerare. “Diventa perciò sempre più necessario accelerare i provvedimenti per mettere fine a questa barbarie nei confronti dei piccoli”, afferma. La parola scelta è durissima: barbarie. Non un disservizio, non una criticità, non una semplice emergenza gestionale. Una barbarie. Perché, nella prospettiva del sindacato, la presenza di bambini in carcere è qualcosa che una società civile non dovrebbe più tollerare. “Dopo anni di proposte di legge depositate in Parlamento per il superamento degli istituti e il passaggio a case e strutture specifiche, intensificheremo ogni iniziativa in grado di dare una svolta a questa vicenda prima di tutto di inciviltà umana”, aggiunge il sindacalista. È un annuncio di mobilitazione, ma anche una denuncia del tempo perduto. Perché la questione non nasce oggi. Oggi esplode nei numeri. Ma le radici sono vecchie: insufficienza di strutture alternative, ritardi legislativi, difficoltà di coordinamento, scarsa priorità politica.
Il caso di Lauro, con 13 bambini presenti nell’Icam, diventa il simbolo di questa contraddizione. Un istituto nato per attenuare la custodia si ritrova a concentrare quasi la metà dei bambini detenuti con le madri in Italia. Una fotografia che inquieta, perché mostra come il sistema delle alternative sia ancora troppo debole e come alcune strutture finiscano per caricarsi di un peso enorme. Anche Torino entra in questa mappa, con il Lorusso e Cutugno tra gli istituti in cui sono presenti bambini con le madri. Un dato che porta la questione dentro uno dei principali complessi penitenziari italiani e ricorda che il tema non riguarda soltanto alcune aree del Paese o singoli casi eccezionali. È una questione nazionale, diffusa, strutturale.
La domanda, allora, è semplice e terribile: che cosa significa per un bambino cominciare la propria vita in un luogo di detenzione? Significa imparare il mondo attraverso porte chiuse, controlli, spazi limitati. Significa vedere la libertà degli altri come qualcosa che sta fuori. Significa vivere la relazione con la madre dentro una cornice che non dipende da lui e che può segnarlo anche quando non ne comprende pienamente il senso. Gli esperti dell’infanzia lo ripetono da anni: i primi anni di vita sono decisivi. Sono gli anni dell’attaccamento, della sicurezza emotiva, della scoperta dello spazio, della costruzione delle prime relazioni. Anche quando le madri fanno il possibile per proteggere i figli, l’ambiente conta. E l’ambiente detentivo, per quanto mitigato, resta un ambiente innaturale per un bambino.
È qui che la politica dovrebbe intervenire con chiarezza. Non basta dire che i bambini non devono stare in carcere. Bisogna costruire luoghi alternativi, finanziarli, distribuirli sul territorio, garantire personale qualificato, prevedere percorsi di inclusione, lavorare sulla genitorialità, sulla responsabilità penale delle madri e sulla tutela effettiva dei minori. La protezione dell’infanzia non si realizza con una dichiarazione di principio, ma con bilanci, strutture, norme e scelte. Il rischio, altrimenti, è che ogni governo denunci il problema e poi lo consegni al successivo. Nel frattempo, i numeri crescono. Da una dozzina di bambini un anno fa si è arrivati a trenta. È una crescita che non può essere considerata fisiologica. È un campanello d’allarme. E, secondo Di Giacomo, è anche la prova che il sistema sta andando nella direzione sbagliata.
La questione delle madri detenute porta con sé anche un altro nodo: quello delle donne marginali, spesso straniere o rom, spesso coinvolte in piccoli reati, spesso prive di un domicilio adeguato o di reti familiari riconosciute come affidabili. In questi casi, l’alternativa al carcere richiede un investimento sociale più forte. Non basta aprire una porta. Bisogna costruire un percorso. Ma proprio per questo servono risorse, non tagli.
La denuncia del sindacato arriva dunque come un atto d’accusa contro l’intero sistema. Il carcere non può diventare il luogo dove finiscono le fragilità che la società non sa gestire. E soprattutto non può diventare il primo orizzonte di vita di bambini che non hanno alcuna colpa.
La presenza di trenta bambini con le madri in strutture detentive non è soltanto un dato penitenziario. È uno specchio. Dice che il Paese non ha ancora trovato una soluzione all’altezza dei propri principi. Dice che la tutela dell’infanzia resta troppo spesso subordinata alla gestione dell’emergenza. Dice che le alternative esistono sulla carta, ma non abbastanza nella realtà.
Ora il sindacato annuncia nuove iniziative per chiedere una svolta. Il punto, però, è se la politica saprà raccogliere l’urgenza. Perché il tempo, per un adulto, è una misura amministrativa. Per un bambino, è vita che passa. Un anno in carcere per un bambino piccolo non è un dettaglio: è una parte enorme della sua esistenza. Ed è per questo che il numero trenta pesa così tanto. Non perché sia una cifra astratta, ma perché ciascuno di quei bambini ha un nome, una età, un volto, una madre, un futuro che non dovrebbe cominciare dietro una porta chiusa.










