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di Concita De Gregorio

La Repubblica, 1 giugno 2022

Che tipo di stress deve sopportare un piccolo in prigione con la sua mamma? “Mai più bambini in carcere” è uno di quei temi il cui svolgimento è, in apparenza, inutile. In astratto, non c’è chi non possa dire: ma certo, non si ereditano le colpe dei padri.

Nessuno che sia venuto al mondo da questo o da quello ha merito né colpa. Da chi si nasce e dove, se in una casa bianca e salva dei quartieri alti o in un sobborgo governato da clan sanguinari, è un capriccio del caso o se volete degli dei. Ogni bambino che arriva sulla terra è nuovo, innocente di tutto. Quindi certo: davanti a una telecamera accesa (è questa la tribuna del popolo, la diretta) nessuno direbbe che il figlio di una ladra o di un’assassina deve crescere in cella. Qualcuno lo pensa, però. Qualcuno in segreto pensa che di certe razze vada estinta la specie, il destino è scritto nel Dna. Se non delinquono, da neonati, è perché non possono: delinqueranno. Qualcuno pensa che ci sono donne che fanno figli uno dietro l’altro per non andare in galera, e di certo ce ne sono, ecco le storie, perciò i figli sono “la scusa” per garantire loro impunità. Vi abbiamo scoperte, voi che restate sempre incinte per non pagare pegno: non ci ingannate, furbette. Poi ci sono le persone che nascono, però. Tre chili e rotti di esseri umani che arrivano al mondo. Quindi: questo è uno di quegli argomenti che dividono i buoni dai cattivi, mettono dalla parte del giusto chi perora la causa di dare una speranza a tutti e dalla parte del torto chi no, e nessuno vuole sentirsi dalla parte del torto. Si inalbera, si ribella, attacca.

Dicono: siete buonisti, anime belle, politicamente corretti da spritz. Va bene, lasciate che lo dicano. Nessuno vuol sentirsi dire: amico, sei in errore. Chi è convinto della sua scelta lo resta, in questo come in ogni altro ambito: nella vita pubblica, in quella privata. Dire ti sbagli non serve quasi mai, purtroppo. La discussione con dubbio di sé è moneta fuori corso. Però no, non bisogna arrendersi quando il sentimento di giustizia chiama. Specie se è gratuito, se non conviene, se non porta followers né applausi. Bisogna avere tenacia, pazienza: è un muscolo che si allena come quando si va a correre, speriamo solo che non serva - la consapevolezza - quando è troppo tardi.

È triste - l’amore, il consenso - quando è postumo. La legge è buona. Mettere in casa famiglia le madri condannate al carcere con figli sotto i sei anni non è uno sconto di pena per le madri, è una promessa di vita per i figli. Se foste nati voi, da una madre in carcere?

Poteva succedere, terno al lotto. Mi appello alle chat dei genitori che dibattono dello stress dei figli alle interrogazioni, al dovere di imparare le tabelline a memoria, all’eccesso di compiti. Che tipo di stress deve sopportare, ammesso che si possa ancora usare questa parola svuotata di senso, stress, un bambino in cella? Riuscire a immaginarlo, voi guerriglieri della cartella troppo pesante, dell’insegnante di matematica nazista? Ora però. Le case famiglia. Dove sono, ci sono? Ce ne sono abbastanza? Esistono, in questo disgraziato e squinternato Stato, strutture in grado di sostenere l’eventuale decisione di legge o saranno i tribunali, di volta in volta, a dire come e dove? Tutto in capo all’amministrazione della Giustizia, un’altra volta?

Abbiamo eliminato, quasi del tutto, i consultori. Abbiamo ridotto la sanità di base a un dedalo estenuante di burocrazia. Abbiamo appaltato ai privati la cura, con grande guadagno di alcuni e pena di morte per altri, il Covid ha presentato il conto. La vera domanda, oggi, è: abbiamo ancora una struttura dello Stato capace di sopportare l’onere, i costi, di una decisione umanamente indiscutibile? Possiamo riprendere le redini di un discorso pubblico costruito su equità e giustizia condivise, oppure è già tutto perduto. Solo questo c’è da chiedersi. Non se sia giusto o meno, togliere i bambini dalla galera, perché è giusto. Piuttosto. Se ci siano i soldi o no, per sostenere questa scelta di umanità e civiltà: purtroppo sempre quelli, i denari, servono. E le persone, e le competenze alte, e la capacità di distinguere caso da caso e non fare di ogni erba un fascio. Non ragionare più, per pietà, per categorie: le categorie non definiscono mai niente. Riusciamo ancora?