di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 25 ottobre 2019
Lo scorso aprile la studentessa aveva avuto il coraggio di raccontare alla polizia che il preside della sua scuola coranica l'aveva toccata. Per questo era stata uccisa. Nusrat Jahan Rafi, 19 anni, era una studentessa appassionata che non tollerava le ingiustizie. Viveva a Feni, una piccola città 160 chilometri a sud di Dacca, in Bangladesh. Lo scorso sei aprile la ragazza è stata bruciata viva per avere denunciato il preside della sua scuola islamica che l'aveva molestata. Oggi le sedici persone rinviate a giudizio sono state condannate a morte. Tra loro c'è il dirigente della madrassa, Siraj Ud Doula, giudicato colpevole di essere il mandante dell'omicidio, organizzato "come un piano militare". E ci sono anche le due compagne di scuola che avevano attirato Nusrat nella trappola mortale.
Una storia orribile che ha scioccato il Bangladesh e scatenato un'ondata di proteste. Il 27 marzo Nusrat aveva raccontato che il preside l'aveva chiamata nel suo ufficio e l'aveva molestata. Lei era riuscita a fuggire e poi era andata alla polizia dove, invece di essere protetta dopo il trauma subito, era stata filmata da un agente con un telefono cellulare. Per il preside era scattato comunque l'arresto, tuttavia a Dacca e a Feni molta gente era scesa in piazza per chiedere il suo rilascio. Il sei aprile, nonostante tutto, la ragazza si era presentata a scuola per svolgere gli esami finali ma un'amica l'aveva attirata nella trappola mortale conducendola sul tetto dell'edificio con la scusa di aiutare un'altra studentessa in difficoltà. Di lì a poco erano giunte alcune persone, nascoste sotto dei burqa, che avevano chiesto alla ragazza di ritrattare le accuse e, davanti al suo categorico rifiuto,l'avevano legata, imbevuta di kerosene e le avevano fuoco. Il piano era di far apparire la morte un suicidio ma la ragazza, che aveva l'80% del corpo bruciato, era riuscita a raccontare al fratello, Mahmudul Hasan Noman, quello che era successo e ad identificare alcuni dei suoi assassini. Nusrat morì quattro giorni dopo, il 10 aprile. La sua testimonianza, filmata su un telefonino, è stata fondamentale per arrivare alla verità.
Le indagini - L'inchiesta sulla morte della studentessa ha svelato un vasto complotto per ridurre la giovane al silenzio, coinvolti persino due leader locali dell'Awami League Party, che è al governo. Tra i complici anche alcuni poliziotti che hanno tentato di sviare le indagini diffondendo l'informazione, falsa, che la ragazza si era suicidata.
Il processo - La macchina della giustizia si è mossa con incredibile velocità. Di solito per avere una sentenza in casi del genere ci vogliono anni, invece, questa volta, sono passati meno di cinque mesi dal rinvio a giudizio al verdetto. Il pubblico ministero Hafez Ahmed ha dichiarato alla stampa che "nessuno può cavarsela in Bangladesh se uccide". Il fratello della vittima si è detto soddisfatto e Mahila Parisha, presidente di un'associazione locale per i diritti delle donne, ha espresso la speranza che la "pena esemplare" possa essere un deterrente per i molestatori. All'indomani dell'omicidio il primo ministro Sheikh Hasina aveva assicurato che tutti i colpevoli sarebbero stati trovati e condannati. "Nessuno se la caverà" aveva promesso. E così è stato.









