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La Repubblica, 15 aprile 2020

 

A fronte di una capienza di 299 persone, accoglie oltre 434 detenuti. Secondo i due avvocati Alessio Carlucci e Luigi Paccione "gli spazi detentivi non consentono alle persone ristrette di rispettare le misure governative. Una class action procedimentale per il rispetto delle misure igienico sanitarie nel carcere di Bari nell'ambito dell'emergenza coronavirus è stata promossa dagli avvocati baresi Luigi Paccione e Alessio Carlucci e patrocinata dall'associazione "Nessuno tocchi Caino - Spes contra spem".

Con l'azione di iniziativa popolare nei confronti del Governo, trasmessa sabato 11 aprile al presidente del Consiglio dei ministri, al ministro della Giustizia, al procuratore della Repubblica di Bari e al sindaco del capoluogo pugliese, Antonio Decaro, i legali partono dalla constatazione che "la Casa circondariale di Bari, ubicata nel tessuto urbano della città capoluogo, è afflitta da sovraffollamento perché, a fronte di una capienza di 299 persone, accoglie oltre 434 detenuti" (dato aggiornato al 4 marzo scorso).

Secondo i due avvocati "gli spazi detentivi non consentono alle persone ristrette di rispettare le misure governative in tema di 'mantenimento, nei contatti sociali, di una distanza interpersonale di almeno un metro' e di 'divieto di assembramento'", ritenendo che "detta oggettiva impossibilità si traduce nell'aggravamento dei rischi per la salute dei detenuti e del personale penitenziario".

Per queste ragioni chiedono al Comune di Bari di verificare le condizioni di sicurezza nel carcere e invitano il Governo "a porre in essere con immediatezza tutti i rimedi idonei ad assicurare nella Casa circondariale di Bari le condizioni oggettive per il rispetto delle prescrizioni". "In assenza di adempimento del dovere giuridico di assicurare l'effettività del diritto alla prevenzione dal contagio da agenti virali trasmissibili all'interno della Casa circondariale di Bari - aggiungono - potrà ritenersi ipotizzabile la fattispecie giuridica del 'torto di massa'".