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di Francesca Di Tommaso


Gazzetta del Mezzogiorno, 8 marzo 2021

 

Il prezioso lavoro delle donne alla guida del carcere. Il vertice del carcere barese è donna. Si chiamano Valeria Piré e Francesca De Musso e sono, rispettivamente, direttore della Casa circondariale e Comandante capo della polizia penitenziaria. Equilibrio, determinazione, forza e il valore aggiunto dell'essere donne in un mondo per anni indiscusso "regno" maschile. Nella giornata della festa della donna, in un momento di stereotipi dilaganti sui media, le due dirigenti si raccontano alla Gazzetta.

"Nel mio concorso, 24 anni fa, gli uomini erano in numero assolutamente residuale: oggi i direttori donna e i dirigenti generali donna sono una realtà consolidata, non necessariamente digerita, ma inesorabile" commenta caustica Pirè.

"L'essere un comandante, così come un direttore donna, desta curiosità e talvolta sorpresa - le fa eco il comandante De Musso - Il carcere di Bari, poi, istituto penitenziario di particolare complessità gestionale, non aveva mai avuto un comandante donna prima di me, ma questo non mi impedito di assicurare il mio mandato istituzionale con la necessaria passione, serenità d'animo e consapevolezza del ruolo. Anzi, capacità empatica e comunicativa tipica delle donne mi hanno spesso agevolata nell'attività di garanzia della sicurezza, mediante la parola, supportando me e il nostro staff nel compito ambiziosissimo di custodire per rieducare, per far sì che l'uomo di azione a noi affidato diventi uomo di riflessione".

"Niente ostruzionismo, ad onore del vero - sottolinea il direttore Pirè Il nostro è un ruolo in cui il potere è dato da un'investitura formale. La differenza la fa la dimostrazione di "esserci" nella sostanza e non solo nella forma". Per entrambe, entra da sempre in gioco la parola "passione" a muovere ogni scelta. Valeria Pirè è entrata nell'amministrazione penitenziaria 1'8 settembre 1997. "Primo concorso dopo la laurea in Giurisprudenza e una passione che non mi ha mai abbandonata. E che, con l'età, comincio a considerare un limite".

Francesca De Musso ha cominciato ad occuparsi di carcere dopo l'abilitazione alla professione forense, quando, "da aspirante giurista innamorata della legalità, con il sogno di lavorare per la giustizia, incontrando le persone. L'idea nel mio immaginario era, all'epoca, quella del carcere quale luogo di espiazione ma, soprattutto, di rieducazione e reinserimento. Vinto il concorso da funzionario di polizia penitenziaria, nel 2010, ho potuto cominciare, non più e non soltanto a preoccuparmi ma ad occuparmi di carcere, un mondo spesso avvertito dalla società civile come un muro di cinta da additare e da cui tenersi lontani fisicamente, con il pensiero e con le emozioni.

Il carcere può sospendere unicamente il diritto alla libertà, mai annullare gli altri diritti fondamentali, come quello alla salute e alla risocializzazione. Si sconta una pena che non deve mortificare la dignità umana. Sono stata designata comandante del carcere di Bari nell'aprile del 2013. Il carcere è una istituzione totale, impossibile da conoscere alla maggior parte delle persone, impenetrabile a chi non abbia motivi personali per entrarvi.

Eppure di una realtà così sconosciuta la gente parla, come se la conoscesse. Il senso sociale si è creato convinzioni, dettagli, una rappresentazione fisica dei luoghi e dei tempi: ma questa è la rappresentazione dell'immaginario sociale, non della realtà del tempo e del luogo del detenuto, né, tantomeno, degli operatori penitenziari". Quella degli operatori, invece, è una vita ad "occuparsi di persone - come ribadisce Valeria Pirè - un universo variegato e complesso di visi, problemi, emozioni che attendono risposte, risposte che talvolta non sei in grado di dare".

Ma alle quali consenti di attraversarti. "E la giornata che ti prefiguri non corrisponde MAI alla giornata effettiva - continua - perché emergenze e urgenze sono determinate da questioni giuridiche, sanitarie, scadenze sopraggiunte, problemi improvvisi". Come la rivolta dell'8 marzo 2020: la protesta dei detenuti nacque dalla sospensione dei colloqui "a vista" con i familiari, introdotta con il decreto anti-contagio varato dal governo per fare pronte al diffondersi del Coronavirus.

"Un 8 marzo indimenticabile. E gli ultimi dodici mesi intensissimi, unici e terribili: nella mia carriera ho affrontato molte criticità, ma mai rivolte - ricorda il direttore Pirè. Ci hanno mosso spirito di squadra, disponibilità del personale, compattezza assoluta tra direzione e comando. E poi capacità di mediazione unita a fermezza e conoscenza profonda dei nostri interlocutori. I due mesi successivi sono stati tremendi: in istituto ininterrottamente dalle 7 del mattino alle 22, talvolta ben oltre e talvolta di notte, sempre accompagnata da questa sensazione di assoluta incertezza sul domani prossimo".

De Musso conferma: "Comandante e direttore restano sempre reperibili e raggiungibili. La vita privata? Tanta pazienza e comprensione dai nostri familiari". E il Covid? "Ha richiesto una capacità continua, incessante di flessibilità e rideterminazione e ricalendarizzazione dei processi e delle procedure, in un clima di indeterminatezza e precarietà - continua Pirè.

Grazie a dialogo e confronto serrato con la direzione sanitaria dell'Unità Operativa Complessa di assistenza sanitaria penitenziaria, alla collaborazione e interazione del nostro personale con il personale sanitario abbiamo attuato dei protocolli che fino ad oggi ci hanno consentito di avere un solo caso di Covid tra i detenuti presenti (a parte alcuni casi di detenuti appena arrestati).

I detenuti oscillano tra i 420 e i 435. Qui ci sono 5 reparti detentivi, suddivisi tra media e alta Sicurezza e Centro clinico. La sezione femminile è chiusa per ristrutturazione. La Casa circondariale di Bari ospita uno dei centri clinici dell'amministrazione penitenziaria, gestito dalla Asl, perché dal 2008 la medicina penitenziaria è passata al ministero della Salute. È presente un numero elevato di detenuti con patologie psichiatriche o borderline". Nei prossimi giorni partirà la vaccinazione di tutti i detenuti e di tutto il personale.

8 marzo, cosa dire da donne a donne? - "La capacità di reagire e di combattere per quello in cui si crede possono abbattere muri e produrre risultati inizialmente impensabili - dice Valeria Pirè -. Siamo creature complesse e quindi la complessità non ci deve spaventare".

"Alle donne voglio dire di avere sempre fiducia in se stesse e consapevolezza delle proprie potenzialità, passioni e risorse - commenta Francesca De Musso. E di essere "ala di riserva" per quelle donne che ne abbiano bisogno, nel loro processo di emancipazione totale e di libertà.

Voglio loro dire, con Clarissa Pinkola Estes: "andate e lasciate che le storie, ovvero la vita vi accadano, e lavorate queste storie dalla vostra vita, riversateci sopra il vostro sangue e le vostre lacrime e il vostro riso, finché non fioriranno, finché non fiorirete".