di Annadelia Turi
Gazzetta del Mezzogiorno, 21 ottobre 2019
Tra il 2015 e il 2016 nel carcere di Bari si è registrata un'incidenza di disturbi mentali pari ad un quanto della popolazione: su 400 detenuti 100 erano seguiti dal Servizio di Salute Mentale. Un numero elevato che riguardava generalmente soggetti affetti da disturbi della personalità. Ad esaminare il dato è stata l'università di Bari che ha deciso di dare il via ad un progetto sperimentale in carcere che ha interessato tre istituti di pena.
"Mens Sana" è il nome dell'iniziativa, acronimo di Metodo narrativo sperimentale di scrittura autobiografica, nosologia e analisi. Obiettivi, basata sul paradigma del professor J.W. Pennebaker: utilizzare il metodo della scrittura espressiva dei detenuti per promuovere la resilienza, testare il grado di disagio, ridurre il rischio di suicidi e migliorare la sicurezza sociale. Il progetto è partito dal carcere minorile "Fornelli" di Bari e successivamente ha coinvolto alcuni istituti penitenziari per adulti maschili e femminili della regione.
A raccontare l'esperienza vissuta con i detenuti nel ruolo di ricercatrice, Lidia De Leonardis, dirigente penitenziario del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, già direttore del carcere di Bari che ha collaborato con la professoressa Antonella Curcio, professore di psicologia dell'Università. "Nel corso del lavoro svolto in carcere sono arrivata alla conclusione che dovremmo cambiare alcune modalità di trattamento, soprattutto di tipo tradizionale e trovare soluzione che siano molto più specialistiche - spiega l'esperta - questo sia per gli aspetti riabilitativi, per chi ha problemi fisici, sia per chi presenta deficit di tipo psichiatrico e psicologico. Altri obiettivi riguardano in prospettiva i trattamenti di sostegno psicologico che possono essere realizzati in carcere, utili anche per un monitoraggio più attento ai rischi suicidari e degli atti etero-aggressivi".
Il campione pugliese preso in esame ha riguardato 104 detenuti di alta sicurezza, sex offender, giovani adulti, uomini e donne che sono stati condannati per reati diversi anche particolarmente gravi quali omicidio, violenza sessuale e reati di stampo mafioso. "Il sovraffollamento delle carceri - spiega la psicologa - la privazione della famiglia e il clima emotivo spesso caratterizzato da paura e sfiducia reciproca sono tra i fattori che possono aggravare il disagio durante la reclusione.
Nell'ambito di questo progetto - prosegue - i detenuti sono stati lasciati liberi di raccontare qualsiasi esperienza di vita, non necessariamente traumatica, al fine di accertare gli effetti benefici di scrittura in un contesto in cui le relazioni sociali sono ovviamente ridotte e problematiche.
I risultati hanno dimostrato che la narrazione - conclude la professoressa - ha avuto un effetto consistente sugli indici di benessere dei detenuti indipendentemente dalla valenza emotiva delle esperienze riportate. In altre parole è la scrittura di per sé che ha portato ad un significativo miglioramento nei livelli di salute mentale, ansia, depressione e affettività negativa. Gli effetti sulle misure di benessere sono risultati indipendenti dal tipo di reato commesso e dal circuito penitenziario".










